I seminari rappresentano un momento di cultura sportiva volto a mostrare lo sport come chiave di lettura della storia, della geografia e dell’educazione civica. Nel 2026-2027, abbiamo deciso di raccontare alcune grandi sfide che hanno avuto anche un significato extra sportivo.
In questa stagione scolastica i seminari avranno come tema “Venti match e partite per spiegare il mondo”. Si attraverserà la prima partita italiana di calcio al femminile e la mitica sfida tennistica della “Battaglia dei sessi” in cui Billie Jean King superò Bobby Riggs spianando la strada alla parità di genere con le racchette; l’incontro di basket in carrozzina che diede il via alla grande storia delle Paralimpiadi. Ma anche la partita fra gli occupanti nazisti e i resistenti ucraini durante la Seconda Guerra Mondiale. E poi una deviazione letteraria con il surreale “Rigore più lungo del mondo” scritto da Osvaldo Soriano, l’ultimo incontro fra Austria e Germania prima che la Nazionale di Vienna fosse costretta a sciogliersi dopo l’annessione nazista, la sfida per la medaglia d’oro dell’hockey prato alle Olimpiadi di Londra del 1948 con l’India ex colonia che supera l’ex madrepatria Gran Bretagna, la famosa partita del 1986 ai Mondiali fra Argentina e Inghilterra che ebbe come protagonista Diego Armando Maradona quattro anni dopo la guerra per il possesso delle Falkland/Malvinas, una sfida che si è ripetuta anche nell’ultima rassegna iridata.
E allora buon viaggio e buone storie a tutti.
LE VENTI PARTITE
Quando anche il baseball tifò per il voto delle donne
Che cosa c’entra il baseball con la battaglia per il voto alle donne? Non c’eravamo mai posti questa domanda fino a che un giorno incontrammo Roberto Bugané, ex giocatore e grande storico del batti e corri. Si tratta di quel tipo di persone che non si chiudono dentro la loro passione, ma cercano di viverla insieme con gli altri, magari “altri” che quella pallina non l’hanno mai lanciata o colpita con la mazza, e neanche vista correre e volare da un lato all’altro di un campo. Ne nacque così un’amicizia che la Corsa di Miguel consolidò. Nell’edizione del 2012, tutte le donne partecipanti ricevettero una locandina dove si parlava di un evento sportivo vecchio di quasi cent’anni. E quell’immagine ci consentì e ci consente di rispondere alla domanda iniziale anche se ora Bugané non c’è più, è scomparso nel 2016 dopo una formidabile sequenza di iniziative e di scoperte in qualità di responsabile del Museo virtuale del baseball. Dunque sì, il baseball, che negli Stati Uniti è popolarissimo, aiutò le rivendicazioni delle donne a partire da una partita, il 23 luglio del 1915.
Giovinette: le donne che conquistarono il pallone
“Se c’è uno sport che la donna non dovrebbe praticare, esso è proprio il giuoco del calcio”. Così scriveva nel dicembre del 1931 la rivista “Lo sport fascista”. Si tratta della prima frase che leggiamo sul libro “Giovinette” scritto da Federica Seneghini con un saggio di Marco Giani, pubblicato dalle edizioni Solferino. Vi si racconta con qualche passaggio per stessa ammissione dell’autrice un po’ romanzato il percorso che porta alla disputa della prima partita ufficiale di calcio in Italia, una prima volta di cui ebbero il merito il pugno di giocatrici riunite nel Gruppo femminile calciatrici milanese. Un duro corpo a corpo con un pregiudizio al quadrato. E sì perché se le donne per abbattere il muro della partecipazione sportiva e olimpica in particolare dovettero combattere senza sosta anche contro il pensiero dell’ideatore dei Giochi moderni, Pierre de Coubertin, fiero avversario della partecipazione femminile, queste difficoltà si moltiplicarono sui palcoscenici calcistici.
Von Cramm, dalla Coppa Davis perdura alla prigione di Hilter
La partita più bella della storia del tennis. Era il parere di Gianni Clerici, giocatore e soprattutto cantore dello sport della racchetta. Si giocò il 20 luglio del 1937, nel luogo più iconico della disciplina, a Wimbledon. Per la finale interzona, di fatto la semifinale della Coppa Davis, si affrontarono per conquistare il punto decisivo lo statunitense Don Budge e il tedesco Gottfried Von Cramm. Un match attesissimo, che ovviamente riempì il campo centrale alle cinque del pomeriggio. Prima dei servizi e delle volée successe però qualcosa. Forse. Immaginate i due tennisti che percorrono il corridoio come oggi fanno Sinner, Alcaraz o Zverev, con il borsone sulla spalla.
Joe Louis e Max Schmeling anticipano la guerra
Due anni prima, a sorpresa, aveva vinto lui, il tedesco Max Schmeling, al dodicesimo round. Ma di cose ora ne erano passate. Per Joe Louis, diventato campione del mondo dei pesi massimi, e per il mondo. Non c’erano più dubbi sugli appetiti della Germania nazista, in marzo l’Austria era stata annessa senza colpo ferire, era bastata una minaccia. E così quando il 22 luglio del 1938 i due pugili più famosi del mondo erano saliti sul ring ancora una volta allo Yankee Stadium di New York, il match diventò molto di più di una sfida sportiva.
Kiev e la squadra della morte contro i nazisti
Ci sono coincidenze che colpiscono. Sarà il caso, certo. Eppure sono comunque un pugno al cuore. Il 24 febbraio 2022, la Russia invase l’Ucraina aprendo una guerra che non è ancora finita con il suo spaventoso carico di distruzione e di morte. Ma il 24 febbraio di 79 anni prima era successo qualcos’altro. Non a Kiev, la capitale ucraina, ma nel vicino campo di concentramento di Babi Yar. Tre calciatori erano stati uccisi, tre membri di una squadra di calcio che è diventata una pagina di storia immersa in un grande giallo.
L’India e l’indipendenza firmata anche nell’hockey prato
Al Mahatma Gandhi, l’eroe non violento dell’indipendenza dell’India, l’hockey prato, come il cricket, non piaceva. Il motivo era semplice: erano sport venuti dalla madre patria, lui insisteva perché si proteggessero anche nello sport le discipline della tradizione locale. Forse anche lui, però, avrebbe potuto gioire per il primo successo olimpico vinto con la propria bandiera e il proprio inno alla fine del colonialismo. Era il 12 agosto del 1948 e proprio nell’Olimpiade di Londra, la nazionale indiana superò per 4-0 la Gran Bretagna. Gandhi morì otto mesi prima ma a pensarci bene pure quell’oro non gli sarebbe andato a genio perché l’India per la quale si era battuto e aveva sofferto non c’era più con la dolorosa e feroce “partizione” del territorio con il Pakistan, che ebbe come effetto la fuga di 14 milioni di persone e la morte di un altro milione, vittime delle divisione religiosa che ispirò la scelta, hindu in India, musulmani in Pakistan.
Il bagno di sangue nella piscina di Melbourne
6 dicembre 1956, Melbourne, Australia. Siamo nella piscina olimpica, è una specie di semifinale e si affrontano due potenze della pallanuoto: l’Ungheria, campionessa uscente dopo la vittoria di quattro anni prima e l’Unione Sovietica. Il mondo è spaccato a metà, non c’è ancora il muro di Berlino ma la guerra fredda sì. Due blocchi, Est e Ovest, e chi non ci sta fa una brutta fine. Come la rivolta ungherese che finisce con l’invasione dei carri armati sovietici, è accaduto appena un mese prima della sfida in piscina. Il duello sulle barricate ha provocato più di tremila morti a Budapest (2700 ungheresi e 720 soldati sovietici), lo sport dovrebbe unire, riavvicinare, riappacificare, ma certe volte proprio non ce la fa. E questa è una di quelle volte. Certo la pallanuoto è uno sport duro, sott’acqua si dice sempre che succede di tutto, a volte si gioca senza esclusione di colpi.
Le paralimpiadi figlie di Guttman e dei Pan Am Jets
Le Paralimpiadi sono nate nei sogni di uno scienziato tedesco. Si chiamava Ludwig Guttman, la sua fama era mondiale, ma la persecuzione nazista contro gli ebrei gli impose di fuggire. Con la sua famiglia se ne andò in Inghilterra e qui mise insieme delle parole che facevano a pugni, disabilità e movimento. Mandato a dirigere l’unità spinale di Stoke Mandeville, dove affluivano i feriti della Seconda Guerra Mondiale, di fronte a pazienti ma anche medici e infermieri rassegnati, cominciò a pensare a una moltiplicazione degli sforzi che non andasse solo in direzione farmacologica.
La guerra del football tra Honduras ed El Salvador
Lui la chiamò “la guerra del football”. Lui era Riszard Kaspucinski, giornalista polacco, reporter di razza. Se qualcuno vuole fare il suo stesso mestiere non deve mancare di leggere della sua esperienza, della sua sensibilità con cui prendeva il telefono e cominciava a dettare le sue cronache: il libro si chiama “Autoritratto di un reporter” ed è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli. Ma perché guerra del football? Perché in quel periodo, estate 1969, la stessa estate e gli stessi giorni del primo uomo sulla luna, lui si trovava proprio lì in Centro America, fra questi due paesi, l’Honduras e il Salvador, divise da alte tensioni sociali ma anche da una sfida sportiva: era in palio uno dei posti per andare a giocare la fase finale del Mondiale di calcio del 1970, quello che il Brasile di Pelé avrebbe vinto battendo in finale l’Italia. In realtà non si trattò di una sola partita, se ne giocarono addirittura tre. Ognuna con il suo contorno di incidenti anche tragici.
La battaglia dei sessi
La vediamo ancora in televisione. Spesso inquadrata sugli spalti di un torneo del Grande Slam di tennis. Elegante, sorridente, circondata da una stima e da un’ammirazione che non svaniscono mai. Billie Jean King, il suo cognome da ragazza era Moffit, è una giocatrice che ha fatto la storia. Certo per le sue 39 vittorie, di cui 12 in singolare, in uno dei tornei fab four del calendario, sei volte a Wimbledon, quattro a Flushing Meadow e una volta a Melbourne e al Roland Garros di Parigi. Ma anche, vorremmo dire soprattutto, per la sua “Battaglia dei Sessi” vinta il 20 settembre del 1973 davanti a un pubblico record di 30.492 spettatori all’Astrodome di Houston con un audience di 90 milioni di persone davanti alla tv. Una battaglia vinta contro un uomo, Bobby Riggs, avversario e organizzatore di questo match che aveva in palio anche 100mila dollari. Chi vinceva prendeva tutto, chi perdeva restava senza niente.
Cile: la partita fantasma nello stadio della morte
Uno stadio. Trasformato prima in campo di concentramento e poi in palcoscenico di una partita fantasma. Successe tutto nel 1973 quando il legittimo governo guidato da Salvador Allende, lanciatore di peso in gioventù fu stroncato l’11 settembre dal colpo di stato organizzato da una parte delle forze armate con alla testa il generale Pinochet che avrebbe guidato il Cile per 15 anni. L’Estadio Nacional diventò l’inferno: ventimila persone furono trascinate là dentro al posto delle parate e dei gol. Settemila furono feriti o torturati in una spietata repressione di ogni forma di opposizione. Poi, dopo qualche settimana, lo stadio tornò al suo mestiere, quello di ospitare eventi sportivi. Ma anche quella fu una finta. Perché Cile-Unione Sovietica fu un tuffo nel surreale e diventò la partita fantasma. Era il 21 novembre.
Quando eravamo re: Ali il più grande
Pungi come un ape, vola come una farfalla. Fra le centinaia di frasi di Muhammad Ali, pugile, tre volte campione mondiale dei pesi massimi, simbolo della battaglia contro il razzismo e la guerra con il rifiuto di partire per il Vietnam e la conseguente perdita del titolo, questa è una delle più note. Ma quel giorno, il 30 ottobre del 1974, il ragazzo di Louisville cambiò spartito. Come una stella della musica jazz che improvvisamente sceglie il rock. Ali aveva davanti il campione in carica, George Foreman, una montagna di muscoli e di potenza che incutevano timore per chiunque gli si avvicinasse. L’incontro era stato reclamizzato in tutte le salse e in tutte le latitudini: il primo gong era previsto per le quattro del mattino per consentire al pubblico statunitense di poter seguire lo spettacolo in prima serata. Il ring, invece, si trovava a Kinshasa, ieri Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, in Africa, davanti a 60mila spettatori.
Due “miracoli” sportivi in piena guerra fredda
Due miracoli e una guerra fredda. A scriverne di una partita ce n’è venuta in mente un’altra. Sempre di Olimpiadi si parla, sempre di pronostico ribaltato in modo clamoroso, sempre di un film che ha celebrato il mito di quelle sfide a metà fra sport e storia. Con una uguale trama: Unione Sovietica contro Stati Uniti. Duelli figli di un mondo diviso: tu di qua, io di là, tu Ovest, io Est, io dentro la cosiddetta cortina di ferro tu al di qua. In mezzo due medaglie d’oro, una estiva e una invernale. La prima: 1972 a Monaco di Baviera, torneo di basket. La seconda: 1980 a Lake Placid, hockey su ghiaccio. Siete pronti? E allora cominciamo…
La mano de Dios di Maradona quattro anni dopo la guerra
Un pallone non può vendicare la storia. Ma può esserne uno specchio, magari deformato, comunque speciale. Successe proprio questo fra Argentina e Inghilterra il 22 giugno del 1986, allo stadio Azteca di Città del Messico, nei quarti di finale del secondo Mondiale messicano. Quattro anni e due mesi e mezzo prima c’era stata una guerra a dividere i due paesi: 74 giorni, 907 vittime. Da una parte la strumentale chiamata alle armi della dittatura argentina che usò il conflitto come arma di distrazione di massa, la conquista delle Falkland-Malvinas, le isole in mezzo all’Atlantico, britanniche dal 1833, per impedire che la gente facesse i conti un’economia allo sbando negli anni della tragedia dei desaparecidos. Dall’altra il pugno di ferro della premier Margaret Thatcher che inviò una task force navale che ebbe ragione in poche settimane del nemico.
L’ultimo rigore di Faruk
L’esito sportivo di quel quarto di finale non fu certo una rarità. Pareggio nei tempi regolamentari 0-0 e quindi spazio alla cosiddetta lotteria dei rigori. C’era in palio la qualificazione alle semifinali dei Mondiali di Italia ’90. La sfida opponeva l’Argentina di Diego Armando Maradona, alla terza apparizione mondiale e stella dei campioni uscenti che avevano vinto in Messico nel 1986, e la Jugoslavia dei talenti in giro per le migliori leghe europee, a partire da Dragan Stojkovic, detto “Piksi”. La partita fu intensa con tanto di espulsione di Sabanadzovic che costrinse i balcanici a giocare in dieci per due terzi di partita. Fatto sta che né i tempi regolamentari né i supplementari sbloccarono il risultato e dunque si arrivò alla resa dei conti dagli undici metri sotto la Curva Fiesole nello stadio Artemio Franchi di Firenze, uno dei gioielli architettonici dell’impiantistica sportiva italiana progettato da Pierluigi Nervi.
L’oro delle Coree, per un giorno di nuovo unite
Immaginate di vivere nello stesso paese. Immaginate che a un certo punto la tua terra sia invasa. Che scoppi una guerra mondiale e che l’invasore la perda. Che però fra i vincitori nasca una frattura sempre più grande e poi un conflitto fratricida. Che duri tre anni e porti alla morte di tre milioni di persone,. Che finisca con una linea di confine sofferta, ad altissima tensione, sancita da un armistizio ma mai da un vero trattato di pace. E che questo stato di cose, fra alti e bassi, duri dal 1953 fino a oggi. Ecco, se immaginate tutto questo potete rendervi conto di che cosa sia accaduto in Corea negli ultimi decenni.
Il rigore più lungo del mondo in una valle della Patagonia
Il titolo è già un programma: il rigore più lungo del mondo. Che cosa starà a significare? Siamo nella Patagonia argentina, i campi sono polverosi, il tempo corre piano, pure il pallone non ha fretta. E’ qui che Osvaldo Soriano, scrittore-calciatore, cala il suo racconto. Esordendo così: “Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rio Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto”. Ci si immerge subito in un calcio al confine fra il reale e l’immaginario, due aggettivi che si danno il testimone quasi fosse una staffetta. L’Estrella Polar, questo è il nome della squadra protagonista, vive il calcio con rassegnazione, una successione di abitudini consapevoli di non poter produrre chissà quale emozione.
Andres Escobar: un autogol costato la vita
Andres Escobar pensava che non si potesse morire per una partita. Poco dopo l’autogol con gli Stati Uniti, quella deviazione sul cross di John Harkes che ingannò il suo portiere Oscar Cordoba forse per un malinteso, pronunciò due frasi: “Ci vediamo presto, la vita non finisce qui”. Il 2-1 di quel 22 giugno 1994, all’autogol si sarebbe aggiunto il 2-0 di Stewart e poi l’ininfluente 2-1 di Valencia, eliminò la Colombia dal Mondiale del 1994. Così si tornò a casa, a Medellin, in un paese e in particolare in una città messa sotto scacco dalla droga, dalla violenza e dalla paura. Qualche mese prima era stato assassinato Pablo Escobar, il boss dei narcos che aveva dettato legge fino ad allora e la sua eliminazione aveva moltiplicato la guerra fra bande per il controllo del traffico.
Il capolavoro di Nelson Mandela con una palla ovale
C’è un uomo che è stato 27 anni di carcere. Colpevole di essersi ribellato alla più odiosa delle regole razziste: l’apartheid. Tu sei bianco, hai tutto. Tu sei nero, hai poco, forse niente. Tutto questo vigeva negli ambiti più disparati, dalla scuola all’università allo sport. Quest’uomo si chiamava Nelson Mandela, il paese in cui abitava era il Sudafrica. Uscì di galera nel 1990 quando finalmente l’incubo imboccò la strada che portava alla sua fine.
La pallavolo e quella sfida da quasi 100mila spettatori
C’è uno sport in cui le donne hanno staccato gli uomini. E di brutto. No, aspettate, non pensate a una nuova battaglia dei sessi sul modello di quella vinta dalla tennista Billie Jean King. Parliamo di pratica sportiva diffusa, di numero di chi pratica la disciplina, e il discorso vale in tutto il mondo o quasi. Per esempio, in Italia – stando ai tesserati della Federazione – ogni tre donne c’è solo un uomo che gioca. Ma c’è una terra negli Stati Uniti dove questa superiorità si è fatta primato da guinness: il Nebraska. Nel posto si mangia pane e schiacciate da una vita grazie a una lunga storia di passione e tradizione. Che il 30 agosto del 2023 è diventata un clamoroso record di presenza sugli spalti per un evento sportivo al femminile.

