Le Paralimpiadi figlie di Guttman e dei Pan Am Jets

Le Paralimpiadi sono nate nei sogni di uno scienziato tedesco. Si chiamava Ludwig Guttman, la sua fama era mondiale, ma la persecuzione nazista contro gli ebrei gli impose di fuggire. Con la sua famiglia se ne andò in Inghilterra e qui mise insieme delle parole che facevano a pugni, disabilità e movimento. Mandato a dirigere l’unità spinale di Stoke Mandeville, dove affluivano i feriti della Seconda Guerra Mondiale, di fronte a pazienti ma anche medici e infermieri rassegnati, cominciò a pensare a una moltiplicazione degli sforzi che non andasse solo in direzione farmacologica. In una bella biografia scritta da Roberto Riccardi, viene descritto così il momento dell’illuminazione. “Cosa potrebbe aiutarli a superare i propri limiti, in un’epoca che li condanna all’inazione e all’oblio del mondo? La risposta lo raggiunge come un’illuminazione. Sente in loro il desiderio di riscatto, la voglia di mettersi in gioco e di competere. Una sola parola può racchiudere tutto questo, si chiama sport”. Non basta. “Dimezza i sedativi, accettando di confrontarsi con il dolore che porterà la sua scelta. Non vuole più vedere dei ventenni sdraiati come tanti cadaveri, li mette seduti sui letti e questo produce sofferenza. Ma Guttman non si lascia intimorire e li costringe a giocare lanciando una palla”. Si fa presto a dire palla, però. Perché diventi gioco e sport, e lo sport più adatto a quelle domande, ci vuole il tempo, l’esperienza, l’ascolto. E il neurologo tedesco queste qualità le possiede. Capisce che l’iniziale polo, con i suoi contatti, fra le carrozzine, è una scelta rischiosa. Così sceglie il basket, o meglio il netball, una versione più statica, più gara di precisione che di velocità, con i canestri ma senza i tabelloni. A Stoke Mandeville è questa una delle prime discipline di quelle gare per atleti con disabilità che non tagliano però il traguardo del nome, non si chiamano ancora Paralimpiadi.

Si è detto, Guttman sa ascoltare. E vedere. E un giorno ascolta e vede quando nella sua unità spinale, nei Giochi del 1955, arriva una squadra di ragazzi americani. Si chiamano Pan Am Jets perché la loro trasferta è finanziata dalla compagnia aerea. Giocano una partita che diventa una rivoluzione. I sogni del professore tedesco che non fece per anni un giorno di vacanza per dedicarsi alla sua missione, incontrarono una sorta di miccia. Quei ragazzi, infatti, venivano da un’altra storia, la storia di altri feriti, di altri figli della Seconda Guerra Mondiale, di altri scienziati coraggiosi che avevano introdotto come lui nella vita quotidiana quelle palle e quei canestri. I Pan Am Jets sulle loro carrozzine sembravano fare un altro gioco, con molta più mobilità, molto più movimento, molto più agonismo. Sui libri e sul web non siamo riusciti a trovare il risultato di quella partita fra la squadra venuta dagli Stati Uniti e una formazione britannica. Si sa solo che i primi dominarono la partita, la vinsero, forse la stravinsero. Guttman capì che avrebbe dovuto studiare quel modo per lui nuovo di organizzare le sfide per fare canestro. Il vecchio netball in voga in Europa si arrese alla bellezza dell’arrembante basket che diventò con gli anni una delle discipline simbolo dello sport con disabilità e uno degli sport principe delle Paralimpiadi, che proprio a Roma, disputandosi poche settimane dopo le Olimpiadi (prima volta che le due manifestazioni furono organizzate nella stessa città) diventarono per la prima volta tali e oggi sono un evento planetario con una platea di decine di milioni di spettatori.

Che cosa accadde veramente quel giorno? Probabilmente un salto da un esercizio condiviso a un agonismo organizzato. Per l’Europa, e per Guttman, era una novità. immediatamente raccolta. Certo poi non bisognava esagerare e due anni dopo, sempre agli Stoke Mandeville Games la finale proprio fra i Pan Am Jets e una squadra olandese – l’Olanda è da allora una potenza del basket in carrozzina . degenerò in una mezza rissa e Guttman fu costretto a scendere sul campo per punire proprio gli americani e dare la vittoria a tavolino agli avversari. In ogni caso, era nato qualcosa di diverso in quel tipo di gare, già era cominciato un altro tipo di sport. Fra quei giocatori c’era anche il mitico Junius Kellog, diventato popolarissimo per aver denunciato lo scandalo delle partite truccate nel 1951 e poi vittima di un grave incidente stradale nel 1954 che lo costrinse sulla carrozzina, da dove cominciò una carriera formidabile da giocatore e da allenatore.

Pillole

Il libro con cui Roberto Riccardi ha raccontato la storia di Ludwig Guttman si chiama “Un cuore da campione” ed è stato pubblicato da Giuntina.

Il primo e unico sport della prima edizione dei Giochi di Stoke Mandeville, disputati nel 1948, fu il tiro con l’arco.

Il “Guttman italiano” si chiamava invece Antonio Maglio. Si devono a lui, e ai suoi scambi con lo scienziato tedesco, i primi tentativi di portare lo sport in mezzo alle persone con disabilità fino al successo delle Paralimpiadi di Roma nel 1960. Alla sua storia ha dedicato un film per la televisione la Rai, “A muso duro”.

Dopo anni di prestazioni non esaltanti, l’Italia del basket in carrozzina ha raggiunto un risultato entusiasmante nei recenti Mondiali di basket in carrozzina in Canada conquistando la medaglia d’argento e perdendo solo in finale con l’Australia.

facebook
x
instagram
youtube
Salta al contenuto