L’oro delle Coree, per una giorno di nuovo unite 

Immaginate di vivere nello stesso paese. Immaginate che a un certo punto la tua terra sia invasa. Che scoppi una guerra mondiale e che l’invasore la perda. Che però fra i vincitori nasca una frattura sempre più grande e poi un conflitto fratricida. Che duri tre anni e porti alla morte di tre milioni di persone,. Che finisca con una linea di confine sofferta, ad altissima tensione, sancita da un armistizio ma mai da un vero trattato di pace. E che questo stato di cose, fra alti e bassi, duri dal 1953 fino a oggi. Ecco, se immaginate tutto questo potete rendervi conto di che cosa sia accaduto in Corea negli ultimi decenni. Da una parte il Nord, blindato, quasi chiuso a chiave, da una dittatura. Dall’altra il Sud, dove le prime elezioni libere si sono svolte nel 1987 dopo una lunga serie di governi militari, nazione ormai storicamente filo occidentale. In mezzo famiglie smembrate, divise, lacerate. Come la carta di identità dello sport di quei luoghi. Sport che però a volte ti fa aprire il cuore alla speranza e inventa territori impensabili dove la Corea diventa miracolosamente soltanto una.

 Successe un giorno del 1991 e quel momento è passato alla storia. Dopo una lunga, estenuante serie di trattative – 22 incontri di negoziazione! – Nord e Sud formarono una squadra che gareggiò unita ai Mondiali di tennis tavolo di Chiba, in Giappone. Fu una trattativa complessa, la delegazione e la composizione della squadra furono il frutto di mesi di lavoro diplomatico. Finché si arrivò a un risultato positivo che ebbe del clamoroso. 

Poi ci mise l’imprevedibilità dello sport. Le Coree unite arrivarono addirittura in finale per sfidare la favoritissima Cina, il paese dove ogni giorno 30 milioni di persone prendono la racchetta e cominciano a giocare a quello che molti di noi chiamano ancora ping pong. L’incontro avvenne un po’ sul modello della vecchia Coppa Davis del tennis, quattro singolari e un doppio. Si riteneva che l’anello debole della formazione dovesse essere la nordcoreana Yu Sun-book, il faccia a faccia con la cinese Deng Yaping, numero uno al mondo, sembrava segnato. Ma incredibilmente il pronostico fu sbriciolato e si partì con un sorprendente 1-0 per le sfidanti (la Cina era campionessa uscente) in un match molto equilibrato: 21-7, 17-21, 21-18. Sulla scia del colpaccio della compagna di squadra (seppure solo per quell’occasione), la sudcoreana Hyun Jung-hwa ebbe ragione con un netto 21-11 21-15 della cinese Gao Yun. Che però si riscattò nel doppio accorciando le distanze. La rimonta fu completata almeno parzialmente nel quarto match con Deng capace di battere Hyun 14-21 16-21. Due a due. Ora c’è da fermarsi un attimo per cercare di sottolineare per bene che cosa significasse anche dal punto di vista tecnico un equilibrio del genere: la Cina è la potenza delle potenze, soprattutto nelle prove a squadre. Non è un caso che il pubblico, dove c’erano diversi coreani residenti in Giappone ma anche molti giapponesi, prese a fare il tifo per quella squadra insolita anche nella bandiera, una mediazione fra i colori delle due repubbliche: la penisola unita senza confini tutta azzurra con lo sfondo bianco. Ecco allora che Yu Sun-book comincia alla grande il suo match contro Gao Yun, forse condizionata anche dall’atmosfera e dall’esito a sorpresa dei match precedenti. L’eccitazione sugli spalti è pazzesca, a tre punti dalla vittoria su una serie di schiacciate a raffica, la cinese si difende acrobaticamente ma poi è costretta ad arrendersi. Ecco la fine con il trionfo coreano con un doppio 21-19. Per qualche attimo la linea di confine figlia della guerra salta per aria, le ragazze coreane si abbracciano senza distinzione fra nord e sud e non c’è neanche il problema di quale inno nazionale scegliere perché viene scelta “Arirang”, una canzone popolare salvata dalla divisione di tutto. Un corteo di fotografi assedia le ragazze vincitrici, spunta una bandiera azzurra che viene sventolato nel capannello impazzito di gioia delle vincitrici.

Era il 29 aprile 1991. Il 17 settembre di quello stesso anno le due Coree entrarono, ma disunite, alle Nazioni Unite. L'”esperimento” dell’unità sportiva fu ripetuto raggiungendo i quarti di finale del mondiale Under 20 di calcio in Portogallo e poi diversi anni dopo, alle Olimpiadi di PyeongChang, in Corea del Sud, con una squadra unificata questa volta nell’hockey ghiaccio. In diverse occasioni, le due rappresentative nazionali sfilarono insieme nella cerimonia di apertura olimpica (2000, 2004, 2006 e 2018). Ma l’avvicinamento diplomatico sportivo si è fermato di fronte a un gelo politico militare che continua a separare le due terre. Nel frattempo un film sudcoreano, “As One” ha raccontato quel giorno dei giorni delle ragazze del tennis tavolo. Viene anche raccontata la scena di un anello regalato da Hyun Jung.hwa a Yu Sun-book e di quella freddezza dei primi allenamenti diventata amicizia. Purtroppo, però, le due ragazze da quel 29 aprile 1991 non si sono più incontrate. 

Pillole

Il paese che annetté la Corea all’inizio del secolo scorso era il Giappone. Per diversi anni gli atleti coreani furono costretti a gareggiare con i colori dell’invasore. 

Nel 2018, quando alle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang le due coree sfilarono insieme nella cerimonia di apertura e si fusero per comporre una squadra unificata nel torneo di hockey ghiaccio, Casa Italia ospitò anche un incontro fra le due delegazioni di un altro sport, il taekwondo, l’arte marziale inventata dai coreani, che viene però praticata con regole diverse al Nord e al Sud (capofila della disciplina in campo olimpico).

Un altro incontro fra le due Coree all’insegna del disgelo si deve all’Olimpiade di Parigi 2024. Lo sport era lo stesso, il tennis tavolo. Scese dal podio le tre coppie del doppio misto – la Cina con la Medaglia d’oro, il Nord Corea con l’argento e la Corea del Sud con il bronzo – si scattarono un selfie all’insegna del sorriso e della sportività che diventò uno dei momenti iconici dei Giochi.

Nel linguaggio sportivo italiano l’espressione Corea ha invece assunto un significato originalmente negativo. Dire “è stata una Corea” sta a significare come quella sorprendente che ci eliminò a sorpresa dal Mondiale di calcio del 1966 (ed era la Corea del Nord). L’espressione si è rafforzata nel 2002 quando fummo invece estromessi dalla Corea del Sud nel match delle mille polemiche per le decisioni dell’arbitro Byron Moreno.

facebook
x
instagram
youtube
Salta al contenuto