Lui la chiamò “la guerra del football”. Lui era Riszard Kaspucinski, giornalista polacco, reporter di razza. Se qualcuno vuole fare il suo stesso mestiere non deve mancare di leggere della sua esperienza, della sua sensibilità con cui prendeva il telefono e cominciava a dettare le sue cronache: il libro si chiama “Autoritratto di un reporter” ed è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli. Ma perché guerra del football? Perché in quel periodo, estate 1969, la stessa estate e gli stessi giorni del primo uomo sulla luna, lui si trovava proprio lì in Centro America, fra questi due paesi, l’Honduras e il Salvador, divise da alte tensioni sociali ma anche da una sfida sportiva: era in palio uno dei posti per andare a giocare la fase finale del Mondiale di calcio del 1970, quello che il Brasile di Pelé avrebbe vinto battendo in finale l’Italia. In realtà non si trattò di una sola partita, se ne giocarono addirittura tre. Ognuna con il suo contorno di incidenti anche tragici.
Quando si cominciò a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, sotto l’albergo dove dormiva la nazionale di El Salvador, per l’intera notte i tifosi avversari si scatenarono con urla e schiamazzi. La partita finì 1-0 per i padroni di casa e poche ore dopo, una ragazza salvadoregna si tolse la vita per la delusione. Il suo funerale fu un affare di stato e celebrato come un lutto nazionale. Nel frattempo venne il tempo della rivincita e qui le parti si ribaltarono: solita folla davanti all’albergo della squadra ospite, lancio di pietre, vetri rotti, una guida (salvadoregna) che seguiva gli honduregni uccisa all’uscita dell’albergo. E una violenza che portò anche alla morte di due tifosi ospiti. Quanto alla partita, finì 3-0 per El Salvador, tutto da rifare, parola alla bella, in programma allo stadio Azteca di Città del Messico il 26 giugno.
Inutile aggiungere che la partita provocò una vera migrazione di massa da Honduras ed El Salvador. Un dispiegamento di 5000 poliziotti era stato introdotto per evitare ulteriori incidenti. La partita fu finalmente giocata senza condizionamenti ambientali perché ognuno aveva i suoi tifosi sugli spalti. I tempi regolamentari finì 2-2 e solo ai supplementari El Salvador riuscì a segnare il gol decisivo in mezzo alla gioia dei suoi sostenitori. Il problema è ciò che avvenne dopo, una vera battaglia di strada nonostante l’ingente impiego di forze dell’ordine. Inevitabile il ricasco sui rapporti fra i due paesi: furono rotte le relazioni diplomatiche e poco più di due settimane dopo, il 14 luglio, scoppiò la guerra. Che durò pochissimo, cento ore, oltre alla “guerra del football” c’è chi la chiama “la guerra delle cento ore”, ma ebbe un bilancio spaventoso.
E i confini restarono praticamente gli stessi, le tensioni pure, come se tutto fosse stato del tutto inutile. “I due governi – racconta con amarezza in una delle sue cronache Kapuscinski – sono rimasti soddisfatti della guerra, perché per qualche giorno Honduras e Salvador hanno riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e suscitato l’interesse dell’opinione pubblica internazionale. I piccoli Stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Strano ma vero”.
Ma era veramente stato il football a decidere la guerra? No, il contesto sociale e politico che si viveva da anni l’aveva favorita. Fino alla decisione del governo dell’Honduras di espellere dal paese 300mila contadini salvadoregni che qualche tempo prima avevano occupato le terre in un base alla Convenzione bilaterale sull’immigrazione fra i due paesi. La crisi divampò, in qualche modo con la complicità della sfida calcistica. E si meritò il triste appellativo di guerra del football.
Pillole
L’Honduras ha 9.636.510 abitanti ed è grande poco più di un terzo dell’Italia (112,492 chilometri quadrati). Sportivamente parlando il suo campione più noto è stato negli anni David Suazo, il calciatore che giocò nel Cagliari e nell’Inter, con cui conquistò la Champions League.
La Repubblica di El Salvador ha una popolazione di 6.520.675 abitanti su un territorio molto piccolo, un quindicesimo dell’Italia con i suoi 21.041 chilometri quadrati. Nella sua storia calcistica spiccano le prestazioni del “Magico Gonzales” di cui Diego Maradona un giorno disse: “E’ l’unico più forte di me”.
La “guerra del football”, nonostante la sua brevità, provocò seimila morti e 12mila feriti. Ben cinquantamila famiglie furono costrette a lasciare le loro case e i loro campi.



