Von Cramm, dalla Coppa Davis perduta alla prigione di Hitler

 “Se c’è uno sport che la donna non dovrebbe praticare, esso è proprio il giuoco del calcio”. Così scriveva nel dicembre del 1931 la rivista “Lo sport fascista”. Si tratta della prima frase che leggiamo sul libro “Giovinette” scritto da Federica Seneghini con un saggio di Marco Giani, pubblicato dalle edizioni Solferino. Vi si racconta con qualche passaggio per stessa ammissione dell’autrice un po’ romanzato il percorso che porta alla disputa della prima partita ufficiale di calcio in Italia, una prima volta di cui ebbero il merito il pugno di giocatrici riunite nel Gruppo femminile calciatrici milanese. Un duro corpo a corpo con un pregiudizio al quadrato. E sì perché se le donne per abbattere il muro della partecipazione sportiva e olimpica in particolare dovettero combattere senza sosta anche contro il pensiero dell’ideatore dei Giochi moderni, Pierre de Coubertin, fiero avversario della partecipazione femminile, queste difficoltà si moltiplicarono sui palcoscenici calcistici. 

La partita più bella della storia del tennis. Era il parere di Gianni Clerici, giocatore e soprattutto cantore dello sport della racchetta. Si giocò il 20 luglio del 1937, nel luogo più iconico della disciplina, a Wimbledon. Per la finale interzona, di fatto la semifinale della Coppa Davis, si affrontarono per conquistare il punto decisivo lo statunitense Don Budge e il tedesco Gottfried Von Cramm. Un match attesissimo, che ovviamente riempì il campo centrale alle cinque del pomeriggio. Prima dei servizi e delle volée successe però qualcosa. Forse. Immaginate i due tennisti che percorrono il corridoio come oggi fanno Sinner, Alcaraz o Zverev, con il borsone sulla spalla. Sono scortati dal cerimoniere del campo, ma a un certo punto gli uffici dell’All Lawn England Tennis Club, ricevono una telefonata. “Signor von Cramm, dall’estero per lei”. Il cerimoniere si stranisce, c’è pure la Regina Maria sugli spalti e non si può farla aspettare, poi non capisce come sia possibile che prima di un impegno del genere ci sia la necessità di rispondere a una banalissima chiamata. Ma il tedesco chiede di poter rispondere, magari è un problema familiare, chissà. von Cramm raggiunge quindi l’apparecchio, la chiamata è brevissima, quasi telegrafica. Secondo Donald Budge, testimone oculare, il suo rivale pronuncia solo due volte le frase: “Ja, mein fuhrer”. Qualcuno si azzarda a ipotizzare che il tono di Hitler non sia stato proprio garbato, non proprio un in bocca al lupo, ma un invito a tener presente quanto fosse in palio in quella sfida di Coppa Davis, un “quanto” ben oltre l’evento sportivo. Era il mondo del 1937, il mondo non troppo lontano dalla caduta nel burrone della guerra dove Germania e Stati Uniti sarebbero stati nemici. von Cramm ha sempre negato l’esistenza di quella telefonata, definendola una “favoletta”, oggi si direbbe fake news. Eppure è un episodio come minimo verosimile che comunque ha ulteriormente accresciuto la leggenda di quel match. Di certo, qualche settimana prima, a Parigi, durante il Roland Garros, il barone tedesco si era confidato con Bill Tilden, ex numero 1 e suo amico. Che gli aveva detto: “Non dovresti giocare così tanto quest’anno, Gottfried. Hai bisogno di riposo”. Sentendosi rispondere così: “Tu non capisci, Bill. Io gioco per la mia vita. Dico sul serio. I nazisti sanno cosa penso di loro. E sanno di me. Finché resto il numero 1 della Germania e continuo a vincere non mi toccheranno. Ma devo continuare a vincere. Non posso perdere, e non posso smettere di giocare”. 
Budge e Von Cramm giocarono un tennis raffinato, incantando il pubblico. Staffilate da fondo campo si mischiavano a un sopraffino gioco a rete. Il tedesco partì alla grande e dopo aver vinto il primo set per 8-6 (allora niente tie break), effettuò uno scatto vincente nel secondo, in vantaggio 6-5 con l’avversario sul quaranta a zero sul suo servizio, ribaltò il game piazzando una splendida volata vincente che gli diede il 7-5. Ma Budge era un tipo dalle sette vite, accorciò le distanze vincendo il terzo con un solo break e poi dominò la quarta frazione. La situazione psicologica all’inizio del quinto set sembrava sfavorevole, ma Von Cramm fece il pieno di freddezza e di coraggio e inventò formidabili risposte al servizio che lo portarono sul 3-1. Quindi batté schiacciando ogni resistenza e vincendo a zero il suo gioco: 4-1. Ma qui il match si ribaltò un’altra volta attaccando a più non posso, salì 3-4, rischiò di perdere ancora il servizio ma invece raggiunse l’avversario sul 4-4. Una battaglia a colpi di classe con applausi dopo un punto che durano un minuto. C’è equilibrio, ma Budge strappa ancora il servizio a Von Cramm, si porta sul 7-6, con la battuta a disposizione spreca quattro match ball ma al quinto… Vince lui, gli Stati Uniti, vanno in finale, sul viso di Von Cramm atterra una delusione pazzesca che non gli impedisce di rivolgere i complimenti al vincitore, “è stato il più bel match della mia vita. Sono felice di averlo giocato contro un uomo come te”.

Ma perché Gottfried Von Cramm si giocava la vita in quei mesi di tennis? Che cosa volevo dire? La risposta sta in quello che accadde dopo. Non era stato tenero con il regime nazista in alcune dichiarazioni all’estero. Però ci si mise qualcos’altro. Von Cramm fu prima trattenuto e poi arrestato con l’accusa di “corruzione morale”, due parole che occultavano la vera ragione della decisione di lasciarlo in carcere: era omosessuale. Per tirarlo fuori si mobilitò anche Donald Budge, l’avversario della partita più bella del mondo giocata a Wimbledon: convinse 25 star americane dello spettacolo e dello sport a firmare un appello. Alla fine fu condannato a un anno di detenzione. La sua carriera si interruppe di brutto, però il peggio doveva ancora arrivare: la fedina pedane sporcata dalle accuse e dalla sentenza lo costrinsero a partire per la guerra come soldato semplice, un anno e mezzo di servizio in Olanda e poi l’attacco alla Russia che si sarebbe arenato a 30 chilometri da Mosca. A Von Cramm si congelarono le gambe e fu la sua salvezza, solo il dieci per cento della sua compagnia riuscì a salvarsi. Nel 1946 tornò addirittura al tennis e se la giocò sui campi fino a 44 anni, quando disputò l’ultimo incontro di Coppa Davis. Non amava parlare di tutto quello che era successo e allo stesso Clerici, che ebbe l’onore di sfidarlo anche sul rettangolo, chiese di rinunciare a pubblicare la sua biografia. 

Pillole

Gottfried von Cramm, barone per la sua appartenenza a una delle più antiche famiglie della nobiltà tedesca, vinse cinque titoli del Grande Slam, due nel singolare entrambi a Parigi nel 1934 e nel 1936, due nel doppio e uno nel doppio misto. Morì in un tragico incidente stradale in Egitto (che nel frattempo era diventata una specie di seconda patria) nel 1976 all’età di 66 anni.

Così Gianni Clerici, lo “scriba” del giornalismo sportivo, descrisse von Cramm: “L’ultimo sopravvissuto di un’epoca in parte immaginaria in cui i risultati contavano molto meno della pura bellezza di un colpo”.

Alla storia di von Cramm è dedicato un bellissimo libro, “Terribile splendore” di Marshall John Fisher pubblicato in Italia da 66THA2ND.
Al grande tennista tedesco è ora intitolata la via d’accesso al club dove giocava, la Gottfried-von-Cramm weg.

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