“Se c’è uno sport che la donna non dovrebbe praticare, esso è proprio il giuoco del calcio”. Così scriveva nel dicembre del 1931 la rivista “Lo sport fascista”. Si tratta della prima frase che leggiamo sul libro “Giovinette” scritto da Federica Seneghini con un saggio di Marco Giani, pubblicato dalle edizioni Solferino. Vi si racconta con qualche passaggio per stessa ammissione dell’autrice un po’ romanzato il percorso che porta alla disputa della prima partita ufficiale di calcio in Italia, una prima volta di cui ebbero il merito il pugno di giocatrici riunite nel Gruppo femminile calciatrici milanese. Un duro corpo a corpo con un pregiudizio al quadrato. E sì perché se le donne per abbattere il muro della partecipazione sportiva e olimpica in particolare dovettero combattere senza sosta anche contro il pensiero dell’ideatore dei Giochi moderni, Pierre de Coubertin, fiero avversario della partecipazione femminile, queste difficoltà si moltiplicarono sui palcoscenici calcistici.
Nonostante il pallone delle donne abbia cominciato a viaggiare molto prima di quanto riusciate a immaginare. La prima partita al mondo fu giocata anche in questo caso in Inghilterra, a Londra, il 23 marzo del 1895 e vide protagoniste le ragazze del British Ladies’ Football Club. Che si divisero in due: da una parte il North, in divisa rossa, dall’altra il South, con la divisa bicolore chiara e blu. Il North si impose 7-1 e per il North giocava Netty Honeyball, la donna che aveva cominciato tutto con i suoi appelli sui giornali alla ricerca di possibile compagne di squadra. In un’intervista, Nettie aveva spiegato i motivi che l’avevano portata a sposare la causa calcistica femminile: “Ho fondato l’associazione alla fine dell’anno scorso con la ferma determinazione di dimostrare al mondo che le donne non sono le creature ‘ornamentali e inutili’ che gli uomini hanno immaginato”.38 anni dopo toccò all’Italia e a Milano e alla “Giovinette”. E anche qui l’inizio fu fatto di lettere ai giornali e di appello perché si sfidasse quel pregiudizio grande come una montagna.
Queste righe sono del 1933 e furono indirizzate al “Guerin Sportivo”. “In Francia, in Inghilterra, ci sono dei Clubs femminili bene organizzati e si svolge annualmente il campionato femminile. Perché non tentare anche fra noi qualche cosa; Le giovani donne italiane già praticano gli sports dell’atletica leggera, palla canestro, il nuoto, il pattinaggio, lo sci, la scherma, il tennis, ecc. bene affermandosi. E perché non praticare il calcio?” La domanda non cadde nel vuoto, era febbraio e in qualche settimana il gruppo divenne realmente tale. Le “giovinette”, però, capirono che la loro prima volta avrebbe dovuto tener presente dello scetticismo che circondava l’esperimento. I portieri furono ragazzini reclutati nelle squadre giovanili delle squadre milanesi, i tempi duravano 20 e non 45 minuti, l’importante era cominciare. Queste modifiche sarebbero state poi brutalmente respinte dalle donne negli anni a venire. Oggi, nel calcio femminile, le dimensioni del campo e delle porte sono le stesse degli uomini e il pallone ha lo stesso peso.
“Noi facciamo sul serio. Abbiamo delle adesioni infuocate di entusiasmo – tornarono alla carica le ragazze in una successiva lettera – Ci sono con noi maestre, sarte, impiegate, modiste, studentesse e tutte sono impazienti di cimentarsi”. La sfida era ormai lanciata. Ma la battaglia era senza esclusione di colpi e se il “Guerino” ospitava coraggiosamente gli appelli delle aspiranti giocatrici, sullo “Schermo sportivo” si parlò di calcio femminile come “antisport” sottolineando che tutte quelle pallonate avrebbero potuto compromettere per sempre la funzione della maternità. Il fascismo vedeva la donna come angelo del focolare anche se uno dei suoi gerarchi, Leandro Arpinati, concesse una specie di permesso condizionato, giocare sì ma in un ambito diciamo così non organizzato. Così le Giovinette si allenavano sabato e domenica aspettando la giornata che sarebbe stata iscritta nella storia.
E quella arrivò l’11 giugno del 1933, lo stesso giorno in cui la Juve vinse il suo terzo scudetto e in cui il calcio femminile visse la prima partita ufficiale anche in Italia. Il libro “Giovinette” ci dice tutto. “Gs Ambrosiano da una parte, Gs Cinzano dall’altra ognuno con la sua maglia ufficiale. Le prime erano ovviamente in nerazzurro, ma erano le seconde le più emozionate. Perché su quella casacca eravamo finalmente riuscite a far cucire il logo del nostro sponsor, una scritta che ci faceva sentire quasi delle professioniste. E fu incredibile perché, forse anche grazie al reportage di Brighenti (uno dei giornalisti che aveva seguito con più simpatia gli allenamenti delle ragazze), quel pomeriggio oltre mille persone si presentarono al campo sportivo del Gruppo rionale fascista Fabio Filzi, in via Melchiorre Gioia. Si assieparono a bordo campo stretti come in una gabbia di polli e iniziarono da subito a fare il tifo come dannati”.
Finì 1-0 per la Cinzano e la cosa sorprendente fu anche la reazione del “Calcio illustrato”, una delle riviste più diffuse allora. “Invece del solito articolo su quanto sia giusto, morale o diverso il calcio femminile, pubblicò la pura e semplice cronaca del match, con tanto di formazioni ufficiali e marcatori”. Era nata un’altra storia anche se durò poco. Venne il tempo dei divieti e della fine di questa storica avventura. Lo sport sì, ma il calcio no. Per anni si andò avanti così fino a quando nel 1968 nacque in forma ufficiosa il primo campionato italiano.
Pillole
Una delle prime tracce del calcio femminile in Italia si deve a una scrittrice, Laura Capon, moglie dello scienziato Enrico Fermi. I due si conobbero in un campo universitario a Roma dove la Capon era stata inserita, unica donna, in una squadra tutta maschile.
La Federazione Italiana Gioco Calcio ha 45.620 calciatrici tesserate, poco meno del 5 per cento del totale dei suoi affiliati. Molto significativo, però, l’aumento degli ultimi anni, un più 142% fra il 2008 e il 2024. Numeri comunque ancora lontani dalle grandi potenze del calcio femminile, dai paesi del Nord Europa alla Spagna, dalla Germania agli Stati Uniti e al Brasile. L’Inghilterra ha vinto le ultime due edizioni degli Europei, la Spagna ha vinto l’ultimo titolo mondiale, mentre alle Olimpiadi di Parigi la medaglia d’oro è andata agli Stati Uniti. In Italia, lo sport più praticato dalle donne è la pallavolo con 383.000 tesserate, oltre il 77 per cento degli iscritti alla Fipav.
Il record di pubblico in Italia per una partita di calcio femminile risale alla sfida di Champions League fra Roma e Barcellona del 21 marzo 2023: all’Olimpico c’erano 39.454 spettatori.
In Italia il calcio è l’unico sport femminile a tutti gli effetti professionistico. La svolta è diventata ufficiale il primo luglio del 2022.



