Due “miracoli” sportivi in piena guerra fredda

Due miracoli e una guerra fredda. A scriverne di una partita ce n’è venuta in mente un’altra. Sempre di Olimpiadi si parla, sempre di pronostico ribaltato in modo clamoroso, sempre di un film che ha celebrato il mito di quelle sfide a metà fra sport e storia. Con una uguale trama: Unione Sovietica contro Stati Uniti. Duelli figli di un mondo diviso: tu di qua, io di là, tu Ovest, io Est, io dentro la cosiddetta cortina di ferro tu al di qua. In mezzo due medaglie d’oro, una estiva e una invernale. La prima: 1972 a Monaco di Baviera, torneo di basket. La seconda: 1980 a Lake Placid, hockey su ghiaccio. Siete pronti? E allora cominciamo…

“Miracle on ice”, diretto dal regista Gavin O’Connor, miracolo sul ghiaccio, è il modo con cui il cinema ha raccontato la sfida fra i due colossi dell’hockey di allora. In realtà, però, a quel tempo, il colosso era uno solo: l’Unione Sovietica. Uno squadrone che aveva vinto gli ultimi quattro titoli olimpici e che nell’avvicinamento ai giorni olimpici aveva strapazzato per 10-3 la nazionale degli universitari statunitensi, ma anche l’All Star del campionato professionistico. Insomma, un pronostico tanto a poco come si dice oggi nel linguaggio sportivo parlato. Herb Brooks, il coach degli Usa, era stato nominato sette mesi prima e ne aveva passate (e fatte passare) di tutti i colori: da una collezione di individualità, magari divisi da vecchie ruggini, era passato a metter su una squadra orgogliosa capace di sognare l’inimmaginabile. La sfida rischiò peraltro di saltare perché l’invasione sovietica dell’Afghanistan provocò la durissima reazione statunitense che cominciò a pensare al boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca che si sarebbero svolte di lì a poco. Breznev, leader dell’Urss, non risposte almeno all’inizio (poi quasi tutto il blocco dell’est avrebbe disertato i Giochi di Los Angeles ’84) con la stessa moneta e autorizzò la regolare partenza delle squadre sovietiche. E il “miracle” accadde. Grazie alla cocciutaggine di Brooks, ai gol del capitano Mike Eruzione e alle parate del portiere Jim Craig. Nell’incredulità generale, il 22 febbraio del 1980 la squadra che non perdeva da una vita fu costretta alla resa perdendo 4-3. Ma la vittoria fu anche di chi non poté giocare. Forse la più bella scena del film, e del racconto da cui è nato, è il colloquio in cui Brooks deve comunicare a Ralph Cox, che si era preparato con tutti gli altri per quasi tutta la preparazione, la sua esclusione dai 20 prescelti per l’Olimpiade. Con il giocatore che accetta la decisione e dice al coach: “Grazie per l’opportunità”. 

In piena guerra fredda c’era stato però un altro precedente olimpico passato alla storia. Nel 1972, il confronto fra Stati Uniti e Unione Sovietica aveva avuto come palcoscenico il basket. Qui c’era un ribaltamento delle parti. Gli Stati Uniti avevano sempre vinto la medaglia d’oro pur anche in questo caso con una formazione universitaria, i professionisti della Nba e il Dream Team sarebbero entrati ai Giochi soltanto a Barcellona nel 1992. L’allenatore russo Vladimir Kondrashin aveva parlato dell’ambizione di vincere ed era stato preso per matto. Il film “Tre secondi per la vittoria” racconta il viaggio verso un’impresa impensabile frutto anche in questo caso di un allenatore ambizioso quanto visionario. E soprattutto l’epilogo thriller che sovvertì il verdetto. L’Unione Sovietica dominò a sorpresa tutta la partita e solo a pochi secondi dal termine gli Stati Uniti passarono in vantaggio. Sul 50-49 mancavano tre secondi, un niente, perché arrivasse la sirena. La panchina russa chiese un time out che per un errore tecnico non fu concesso. Il tavolo della giuria fu costretto quindi a un passo indietro concedendo che si ripartisse per gli ultimi tre secondi. Si ripartì ma per un altro errore la sirena suonò dopo appena un secondo. Altra festa statunitense spezzata però sul più bello da un ulteriore ribaltamento imposto dal segretario generale della Federbasket mondiale, il britannico William Jones, che non avrebbe potuto intervenire sulle decisioni arbitrali. E fui il primo “miracolo”: canestro di Alexander Belov e 51-50 per i sovietici.

Pillole

Dopo la sfida con l’Unione Sovietica persa all’ultimo secondo, il team statunitense formulò un ricorso che fu bocciato dalla commissione di appello. Ma la polemica non finì, i giocatori non si presentarono sul podio per ritirare le loro medaglie d’argento che si trovano ancora in un caveau di Losanna, sede del Comitato Olimpico Internazionale. Alcuni dei cestisti Usa inserirono addirittura nel loro testamento il divieto per i loro familiari di poter mai ritirare la medaglia. 

Alexander Belov, autore del canestro decisivo quel giorno, qualche anno dopo aver vinto l’oro, si ammalò di una grave patologia e morì all’età di 26 anni.

Mike Eruzione, il capitano della nazionale del “miracolo” Usa nell’hockey ghiaccio, è il fratello di Connie, conosciutissima in Italia in quegli anni come moglie del centravanti della Lazio, Giorgio Chinaglia.

Dopo la sconfitta di Lake Placid, i sovietici tornarono a vincere l’oro olimpico dell’hockey ghiaccio nel 1984 e nel 1988. Nelle ultime Olimpiadi di Milano-Cortina la vittoria è invece andata agli Stati Uniti.

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