Un pallone non può vendicare la storia. Ma può esserne uno specchio, magari deformato, comunque speciale. Successe proprio questo fra Argentina e Inghilterra il 22 giugno del 1986, allo stadio Azteca di Città del Messico, nei quarti di finale del secondo Mondiale messicano. Quattro anni e due mesi e mezzo prima c’era stata una guerra a dividere i due paesi: 74 giorni, 907 vittime. Da una parte la strumentale chiamata alle armi della dittatura argentina che usò il conflitto come arma di distrazione di massa, la conquista delle Falkland-Malvinas, le isole in mezzo all’Atlantico, britanniche dal 1833, per impedire che la gente facesse i conti un’economia allo sbando negli anni della tragedia dei desaparecidos. Dall’altra il pugno di ferro della premier Margaret Thatcher che inviò una task force navale che ebbe ragione in poche settimane del nemico. Con questo passato sullo sfondo, si giocò una sfida che per il calcio è sempre stata classica, una sorta di derby perché se gli inglesi hanno portato il calcio dalle parti di Buenos Aires, gli argentini hanno saputo presto viverlo a modo loro. Apparentemente, alla vigilia, il richiamo della tragedia fu annacquato da tante dichiarazioni, prima fra tutte quella di Diego Maradona, il fuoriclasse che giocava nel Napoli e sarebbe diventato il più forte calciatore al mondo di quegli anni e forse della storia: “Tifosi, dimentichiamoci della politica”. Pure fra Thatcher e Alfonsin, il primo presidente argentino del ritorno alla democrazia, c’era stato un abboccamento per evitare qualsiasi ulteriore tensione. Il dispositivo delle forze dell’ordine era enorme: gli agenti dislocati all’Azteca e nei suoi dintorni furono settemilacinquecento. Restavano i cori degli hooligan: “Vogliamo un’altra guerra, portate gli argentini”. E quelli degli hinchas: “Morte alla Thatcher”.
Poi, la partita. Con una superiorità argentina che però faticò a concretizzarsi. E diversi colpi proibiti, come la gomitata di Fenwick, già ammonito, sul viso di Maradona, perdonata dall’arbitro. Mancava poco all’intervallo, la partita arrivava al bivio decisivo. Arrivò il momento della “mano de Dios”, Maradona come un prestigiatore si insinuò in un maldestro passaggio della difesa inglese e con la mano colpì il pallone. Tutti, compresi gli inglesi, restarono inchiodati a quello che era successo, non ebbero neanche lo spirito di protestare e il direttore di gara non vide nulla convalidando il gol. Ovviamente non c’era ancora la Var… La partita entrò uno strano tunnel dove accadde l’altra scena madre del pomeriggio: ancora Maradona, questa volta senza complicità delle mani, si incollò il pallone ai piedi nella metà campo e ubriacò mezza difesa avversaria, saltando gli inglesi come birilli uno a uno fino alla resa dell’ultimo, il portiere Shilton. “Il gol del secolo” come scrive una targa che ricorda quella partita ancora oggi allo stadio Azteca. Restavano 36 minuti in cui l’Inghilterra abbozzò una reazione consapevole però che la strada per la semifinale era diventata una salita insuperabile.
Negli anni, Maradona è tornato a raccontare quella partita. Lo fece anche all’amico giornalista Daniel Arcucci. Ammise che quel “dimenticatevi la politica” era stata una frase buttata lì senza crederci troppo. “Individualmente, la mia maggiore soddisfazione furono i gol agli inglesi. Provai – e provo, non lo nego – che vivimmo qualcosa di più di una partita di calcio. Battemmo un paese. Fu il nostro contributo, alla nostra maniera. Tutti dichiaramno che il futbol non aveva niente a che vedere con le Malvinas… Bugiaaa, bugiaa! Nella nostra pelle c’era il dolore di tutti i ragazzi che erano morti là, così vicini e così lontani. Sentimentalmente, ritenni colpevole uno a uno tutti i giocatori inglesi di quello che era successo. E i miei gol – i miei due gol – ebbero una trascendenza differente: il primo fui come mettere la mano in tasca a un inglese e togliergli un denaro che non era loro; il secondo chiuse tutto”. Quarant’anni dopo, Inghilterra-Argentina ha vissuto un altro capitolo mondiale. E ancora una volta al risultato finale, 2-1 per l’Argentina, hanno fatto seguito diverse polemiche per lo striscione esposto da alcuni giocatori sudamericani – “Las Malvinas son argentinas” – che ha prodotto le proteste diplomatiche britanniche. Anche se Maradona non c’è più, la storia non è finita.
Pillole
Le isole Falkland o Malvinas sono un arcipelago nell’Oceano Atllantico, attualmente territorio d’oltremare del Regno Unito con capoluogo Port Stanley. Sono grandi 12,173 chilometri quadrati, ci vivono 3,470 abitanti. I diritti argentini sulle isole sono stati raffermati anche da diverse nazioni americane. Nel 2013, in un referendum nella popolazione locale, il 99,8 degli abitanti ha votato per mantenere lo status di territorio britannico.
Sulla guerra delle Falkland è stato recentemente un libro in italiano scritto da Paolo Argentini e Giancarlo Feliziani: “Malvinas / Una guerra del secolo scorso un giornalista e un diario ritrovato”, edizioni Il Millimetro.
Inghilterra e Argentina si sono incontrate sei volte nella fase finale dei Mondiali: tre vittorie per gli europei e tre per i sudamericani.
Nel 1986, l’Argentina vinse il suo secondo Mondiale battendo in finale la Germania per 3-2. Dopo l’appuntamento in Messico, Maradona guidò il Napoli alla conquista del suo primo scudetto nel 1987.



