L’esito sportivo di quel quarto di finale non fu certo una rarità. Pareggio nei tempi regolamentari 0-0 e quindi spazio alla cosiddetta lotteria dei rigori. C’era in palio la qualificazione alle semifinali dei Mondiali di Italia ’90. La sfida opponeva l’Argentina di Diego Armando Maradona, alla terza apparizione mondiale e stella dei campioni uscenti che avevano vinto in Messico nel 1986, e la Jugoslavia dei talenti in giro per le migliori leghe europee, a partire da Dragan Stojkovic, detto “Piksi”. La partita fu intensa con tanto di espulsione di Sabanadzovic che costrinse i balcanici a giocare in dieci per due terzi di partita. Fatto sta che né i tempi regolamentari né i supplementari sbloccarono il risultato e dunque si arrivò alla resa dei conti dagli undici metri sotto la Curva Fiesole nello stadio Artemio Franchi di Firenze, uno dei gioielli architettonici dell’impiantistica sportiva italiana progettato da Pierluigi Nervi.
Tanto per dare l’idea del pathos che circondava questo finale di partita va raccontato che il commissario tecnico della nazionale jugoslava, Ivica Osim, non vide i calci di rigore per timore che il suo cuore non reggesse a tanta emozione e se ne andò negli spogliatoi. Quei minuti sono passati alla storia, però, per un solo calciatore.
Si è scritto tante volte che il calcio, e lo sport, sono storia, altro che isola felice capace di distanziarsi dai guai del mondo. C’è una persona che è sicuramente un testimone speciale di questo discorso. Si chiama Faruk Hadzibegic ed è a lui che abbiamo alluso preannunciando l’attimo fuggente della giornata. Faruk faceva il difensore con tanto di idolo azzurro nei sogni, l’interista Giacinto Facchetti. Fu lui a sbagliare dagli 11 metri un rigore che in qualche modo spianò la strada allo scoppio delle guerre dell’ex Jugoslavia.
Il suo errore decretò la fine dei giochi, la Jugoslavia fu superata ai rigori dall’Argentina di Diego Maradona (che peraltro quel giorno sbagliò pure lui). Eravamo alle porte della tragedia. Se a Firenze, quel 30 giugno, avesse segnato qualcosa si sarebbe inceppato nel percorso che portò la Jugoslavia verso le diverse guerre che la frantumarono? Il quesito, ovviamente, ha qualcosa di eccessivo: le distanze politiche e religiose – in Bosnia la maggioranza è musulmana, in Serbia ortodossa, in Croazia cattolica… – che cancellarono dalle mappe dalla Jugoslavia avevano una profondità che non può essere risolta da una semplice circostanza, pure sportivamente importante. Nell’identità di quel paese che ormai non c’è più, lo sport ha comunque sempre avuto un ruolo importante.
E lo abbiamo visto anche dopo, quando nonostante la frantumazioni, le nazionali nate da quelle rotture hanno comunque fatto molto bene in diverse discipline sportive, dalla pallanuoto alla pallacanestro (l’ultimo grande successo mondiale della Jugoslavia è del 1990 proprio a meno di un anno dagli scontri in Slovenia), dalla pallamano al calcio (la Croazia ha raggiunto la finale del Mondiale 2018 per poi perdere in finale con la Francia) fino al tennis dove il serbo Nole Djokovic è stato a lungo numero uno al mondo.
Quel “se avesse segnato il rigore” è stata comunque l’occasione per una lettura che consigliamo a tutti. La domanda è infatti diventata un libro, o meglio è il libro che è il padre della domanda, “L’ultimo rigore di Faruk”, scritto da Gigi Riva, che anche in occasione della recente sfida degli azzurri con la Bosnia, sulle pagine del quotidiano “Domani” ha raccontato la genesi delle sue pagine e quell’iniziale incontro con il protagonista e le sue parole affrante: “Io sono l’uomo che con un calcio di rigore ha distrutto la Jugoslavia”.
Pillole
Dalla frantumazione della vecchia Jugoslavia nell’ultimo decennio del XX secolo, segnata purtroppo da un succedersi di tragici conflitti etnico-religioso-militari, sono nate nuove nazioni entrate ormai da anni nella geografia europea. La prima guerra, per fortuna di portata più limitata, scoppiò nel giugno del 1991 in Slovenia fra i poteri locali e l’esercito federale di Belgrado. Ben peggiori i bilanci del conflitto serbo-croato dal settembre del 1991 e del lungo assedio di Sarajevo che portò alla devastazione della Bosnia Erzegovina. Oggi quella terra che aveva politicamente un solo nome, Jugoslavia appunto, è stata divisa fra Serbia (Belgrado), Croazia (Zagabria), Bosnia-Erzegovina (Sarajevo), Slovenia (Lubiana), Montenegro (Podgorica), Macedonia del Nord (Skopje) e Kosovo (Pristina).
“Il rigore di Faruk” scritto da Gigi Riva è stato pubblicato da Sellerio nel 2016.
Il Mondiale del 1990 in Italia fu l’ultima apparizione della Jugoslavia nel contesto di una grande manifestazione calcistica. Nel 1992, in occasione dei campionati europei, dopo lo scoppio dei diversi conflitti in Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina, la nazionale fu esclusa dalla fase finale nonostante avesse conquistato la qualificazione. Al suo posto subentrò, ripescata, la Danimarca, che vinse a sorpresa il titolo.
La Bosnia Erzegovina ha eliminato l’Italia nel playoff per la qualificazione agli ultimi Mondiali americani del 2026. L’incontro si svolse a Zenica e i padroni di casa prevalsero proprio ai calci di rigore. Sono bosniaci alcuni calciatori che hanno militato a lungo in serie A, da Edin Dzeko a Miralem Pjanic a Senad Lulic.



