Uno stadio. Trasformato prima in campo di concentramento e poi in palcoscenico di una partita fantasma. Successe tutto nel 1973 quando il legittimo governo guidato da Salvador Allende, lanciatore di peso in gioventù fu stroncato l’11 settembre dal colpo di stato organizzato da una parte delle forze armate con alla testa il generale Pinochet che avrebbe guidato il Cile per 15 anni. L’Estadio Nacional diventò l’inferno: ventimila persone furono trascinate là dentro al posto delle parate e dei gol. Settemila furono feriti o torturati in una spietata repressione di ogni forma di opposizione. Poi, dopo qualche settimana, lo stadio tornò al suo mestiere, quello di ospitare eventi sportivi. Ma anche quella fu una finta. Perché Cile-Unione Sovietica fu un tuffo nel surreale e diventò la partita fantasma. Era il 21 novembre.
In fretta e furia il campo all’interno dello stadio tornò ad essere quello da calcio: dopo poche settimane vennero cancellate le tracce di quanto stava accadendo dentro all’impianto perché il 21 novembre del 1973 l’impianto avrebbe dovuto ospitare il match di ritorno contro l’URSS valido per le qualificazioni ai successivi Campionati Mondiali. L’Unione Sovietica, però, aveva rotto i rapporti diplomatici con il Cile ed aveva richiesto un campo neutro, rifiutandosi di giocare in un luogo che rappresentava fino a pochi giorni prima un concentrato di disumanità. La FIFA non lo permise, giudicando l’Estadio Nacional idoneo: il rapporto della Federazione calcistica internazionale riportava la tristemente celebre dicitura “la tranquillità è totale”. Dunque i sovietici non si presentarono; la Nazionale cilena scese ugualmente in campo, ma senza avversarsi, e al capitano spettò il compito del gol a porta vuota. Un gol di cui Francisco Valdes si vergognò fino al punto di chiedere scusa con una lettera al grande poeta Pablo Neruda, nemico della dittatura e morto pochi giorni dopo il golpe. Valdes, infatti, partecipò al funerale che si trasformò nella prima manifestazione contro il regime, ma ammise di non aver gridato quell'”estoy” strillato dalla folla, una parola che diventò il simbolo di una resistenza, io ci sto, sono qui, sono qui per ricordare Pablo Neruda e Salvador Allende.
La presenza di un arbitro cileno, Rafael Hormazábal, rendeva il tutto più grottesco. Allo stadio c’erano 18.000 persone, per lo più familiari dei desaparecidos che speravano di trovare i propri parenti. Il giocatore del Cile Carlos Caszely disse di quella partita: “Fu la FIFA ad ordinarci di giocare e fare quel gol: una farsa, una menzogna assoluta contro tutta l’essenza dello sport”. Pur non essendo la stessa URSS uno stato democratico privo di campi di concentramento, gli stessi giocatori cileni non furono quindi contenti di quella scelta. Vinsero, ma non per loro meriti. Non sudarono il proprio trionfo, non strinsero la mano a nessun avversario.
Pillole
Quello stesso giorno fu organizzata un’amichevole, dato che gli spettatori presenti erano paganti e che la nazionale dell’Unione Sovietica non era nemmeno partita per il Cile: il match, contro i brasiliani del Santos (anche in Brasile c’era da tempo una dittatura militare), iniziò poco dopo quel gol fantasma. I bianconeri, scesi in campo senza Pelé, inflissero un netto 5 a 0 alla selezione cilena.
Alla storia del capitano della partita fantasma, ai suoi pensieri, ai suoi rimpianti ha dedicato un libro, “Valdes”, lo scrittore abruzzese Remo Rapini.
Altri due libri rievocano il 21 novembre 1973. Li ha scritti Andrea Schianchi, “lo stadio dei sogni” e “Maledetti”, concentrato sulla storia di Carlos Caszely, stella del Cile e sostenitore di Allende.
Santiago del Cile fu al centro di un’altra vicenda sportiva legata agli anni della dittatura. Nel 1976, dopo una lunga polemica sull’opportunità del viaggio, l’Italia vinse la Coppa Davis battendo i padroni di casa. Adriano Panatta e Paolo Bertolucci giocarono il doppio con una maglietta rossa in silenzioso segno di protesta contro le violenze del regime di Pinochet.



