Pungi come un ape, vola come una farfalla. Fra le centinaia di frasi di Muhammad Ali, pugile, tre volte campione mondiale dei pesi massimi, simbolo della battaglia contro il razzismo e la guerra con il rifiuto di partire per il Vietnam e la conseguente perdita del titolo, questa è una delle più note. Ma quel giorno, il 30 ottobre del 1974, il ragazzo di Louisville cambiò spartito. Come una stella della musica jazz che improvvisamente sceglie il rock. Ali aveva davanti il campione in carica, George Foreman, una montagna di muscoli e di potenza che incutevano timore per chiunque gli si avvicinasse. L’incontro era stato reclamizzato in tutte le salse e in tutte le latitudini: il primo gong era previsto per le quattro del mattino per consentire al pubblico statunitense di poter seguire lo spettacolo in prima serata. Il ring, invece, si trovava a Kinshasa, ieri Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, in Africa, davanti a 60mila spettatori. Quando si cominciò a boxare, Ali non saltellò sfuggente per stancare l’avversario, scelse un altro modo per fargli consumare le energie, si appoggiò alle corde, incassò con una formidabile forza di volontà i corpi dell’avversario, lo pressò con le parole che arrivarono nonostante il frastuono: “Non sai fare di meglio? Questo non l’ho nemmeno sentito. Credevo fossi un duro”. Una scherma verbale apparentemente innocua che però incrinò le sicurezze di Foreman. Che continuò a svuotare il serbatoio delle sue energie. “Lo ammetto – disse poi Foreman – Ali mi strabiliò. Mi batté usando il cervello, non solo i pugni”. Poi il ricordo di quell’ottavo round che decise tutto: “Tirai di destro ma andai a vuoto, cosa che mi fece ruotare il busto, e quando tornai in assetto avevo la guardia troppo bassa. In quell’istante, lui scattò con una velocità che non avrei creduto possibile. Partì con un destro e – boom! – mi centrò in pieno”. Foreman non aveva mai perso in 50 incontri disputati, c’è sempre una prima volta.
Ma perché, a distanza di 52 anni, questo match è così presente nella memoria non solo degli appassionati di boxe, che allora erano tantissimi, ma in quella di chi magari aveva visto per sbaglio mezzo match in tutta la sua vita? Ali fu lo sportivo del secolo secondo la “Sports Illustrated” e il “personaggio del secolo” a giudizio della BBC, la televisione britannica. E queste definizioni non furono solo frutto delle sue prodezze sul ring. Ali scelse di vivere il suo essere campione in mezzo al mondo. All’inizio, quando vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960 nei pesi mediomassimi, somigliava a un ragazzone ingenuotto appena uscito da scuola. Certo il suo stile, ad appena 18 anni, impressionava, si riempiva già la bocca con il suo dichiarare di essere il più forte. Ma bisognava aspettare qualche anno perché diventasse l’uomo dalle mille copertine: mentre buttava giù Sonny Liston abbracciava la religione musulmana, non si sarebbe chiamato più Cassius Clay, il nome di suo padre. Scelse, invece, Muhammad Ali. Ormai i suoi avversari non erano solo quelli del ring, voleva ribellarsi al razzismo che ancora in quel tempo lo costringeva, gli era successo questo, a prendere posto in un posto per neri lasciando ai bianchi il meglio del fast food. Poi, la decisione di non partire per la guerra. “Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”, la parola dispregiativa con cui per secoli venivano chiamate le persone di pelle nera. Pagò un prezzo alto per questa scelta: tre anni di inattività, nel momento migliore della carriera, perdita del titolo e anche se poi un tribunale annullò la condanna, nessuno la risarcì di quel periodo passato a casa. Ali divenne un simbolo che attraversò l’oceano Atlantico e il tifo per lui non si fermò certo agli Stati Uniti. Quando sfidò Foreman, tutto lo Zaire, soprattutto i bambini, stravedevano per lui. “Ali bomaye”, “Ali fallo fuori”, diventò uno slogan ripetuto per 55 giorni, tanti ne passò Ali nello Zaire (anche per un rinvio dovuto a un infortunio di Foreman).
Per quell’incontro percepì una borsa favolosa, cinque milioni di dollari. Il match era finanziato dal dittatore Mobutu Sese Seko che scelse il pugilato per una grande offensiva propagandistica per nascondere i casi di corruzione che contrassegnarono i 32 anni del suo governo. Ali tornò a casa come il più grande pugile di tutti i tempi. La sua posizione politica e religiosa cambiò e rinunciò a ogni forma di estremismo. Al suo funerale, nel 2016, furono presenti leader di tutte le confessioni. Aveva già incontrato un nemico, questo sì imbattibile: il morbo di Parkinson, una malattia che lo accompagnò per decenni. Nel 1996, a sorpresa, in mezzo a un’emozione fortissima, accese con la mano tremante il braciere olimpico aprendo le Olimpiadi di Atlanta. Un’immagine che fece battere il cuore di chi guardava, allo stadio o in tv, più del corpo a corpo di “Rumble in the jungle”, il match per il quale diventò immortale.
Pillole
Ali era molto amico di un grande giornalista italiano, Gianni Minà. Un giorno Minà gli presentò Pietro Mennea, allora primatista del mondo dei 200 metri. Ali lo accolse così: “Ma io ti credevo nero!”. E Mennea rispose: “Sono nero dentro!”, con riferimento alle tante difficoltà incontrate nella sua carriera per emergere.
C’è un bellissimo libro, diventato anche film, che racconta il famoso match con Foreman: l’ha scritto Norman Mailer, si chiama “quando eravamo re”.
Anche la figlia di Ali, Laila, ha scelto la boxe professionistica. Si è ritirata nel 2007 da imbattuta, 24 vittorie su 24 incontri nelle categorie dei supermedi e dei massimi leggeri.
Ali non aveva paura di niente. O forse di una cosa sì, viaggiare in aereo. Per andare a Roma per le Olimpiadi si racconta che comprò un salvagente-paracadute che tenne sulle ginocchio per tutto il tempo di volo.



