Due anni prima, a sorpresa, aveva vinto lui, il tedesco Max Schmeling, al dodicesimo round. Ma di cose ora ne erano passate. Per Joe Louis, diventato campione del mondo dei pesi massimi, e per il mondo. Non c’erano più dubbi sugli appetiti della Germania nazista, in marzo l’Austria era stata annessa senza colpo ferire, era bastata una minaccia. E così quando il 22 luglio del 1938 i due pugili più famosi del mondo erano saliti sul ring ancora una volta allo Yankee Stadium di New York, il match diventò molto di più di una sfida sportiva. I paganti erano 66.277, ma si calcola che tanti altri riuscirono in qualche modo a imbucarsi. Quanta alla gente che ascoltava per radio, c’erano 60 milioni di americani davanti agli apparecchi. “Una chiesa nera di Chicago riaggiustò i suoi orari – ci racconta David Margolick nel suo “Oltre la gloria” – in modo che coloro che di solito andavano a pregare di mercoledì “potessero venire (in chiesa) e fare il tifo per Joe. In Germania, invece, dove le 22.08, l’orario di inizio del match, significava notte fonda per il fuso orario, molti locali non chiusero per consentire di ascoltare la radiocronaca. Forse anche Hitler era collegato dal suo rifugio bavarese. Da tempo aveva capito che lo sport potesse essere un favoloso biglietto da visita per un paese. Per questo, con il mondo sull’orlo del precipizio della Seconda Guerra Mondiale, la posta in palio quel giorno non riguardava solo la corona mondiale dei pesi massimi. Eppure c’erano stati d’animo contrastanti e quando Joe Louis entrò in scena insieme con gli applausi ci fu anche qualche fischio razzista.
La vigilia era stata riempita da frasi velenose attribuite a Schmeling, tanto che Louis definì l’avversario “signor supremazia razziale”. Una “supremazia razziale” che andò a schiantarsi contro i 90 chli e 100 grammi del famoso Brown Bomber, il soprannome di Joe. L’incontro fu infatti un battito di ciglia, “Il malconcio beniamino di Hitler sembrava un soffice dolcetto alla melassa lasciato al sole”, scrisse Richard Wright. Il grande cronista sportivo Paul Gallico descrisse così il campione tedesco che finiva per la terza volta al tappeto: “Era un essere spezzato, dagli occhi vitrei, inutile, piagnucolante”. Pure il linguaggio subiva la tensione di quella serata e forse del momento in cui il mondo si trovava, destinato a un altro, micidiale conflitto. In un minuto e mezzo, il match disse tutto quello che c’era da dire: Louis aveva sferrato quarantuno pugni, di cui quattordici al mento, Schmeling solo due. Una superiorità schiacciante. Jimmy Carter, futuro presidente degli Stati Uniti raccontò quello che accadde fra i braccianti neri: “I nostri ospiti uscirono dal cortile, in silenzio, attraversarono la strada e i binari della ferrovia, entrarono nei loro alloggi e chiusero la porta. A quel punto si scatenò l’inferno e i loro festeggiamenti durarono tutta la notte”. Ad Harlem, la festa si moltiplicò per 500mila, tante erano le persone che festeggiarono tutta la notte. Quando gli strilloni cominciarono a distribuire i giornali con le cronache del match ce ne fu uno che disse: “Joe Louis ha vinto. Hitler si è suicidato”.
D’altronde il pugilato era stato lo sport che prima di tutti gli altri aveva preso a pugni il razzismo. Il primo campione del mondo nero dei pesi massimi fu Jack Johnson nel lontano 1903. E anche nel 1938, mentre Joe Louis difendeva la corona stravincendo il match con Max Schmeling, nel baseball – per citare l’esempio più clamoroso – si giocava ancora la Negro League, dov’erano confinati i talenti neri del batti e corri. Passarono la guerra e altri anni prima che Jackie Robinson potesse debuttare nel 1947 con i Brooklyn Dodgers nella Major League dando un colpo fatale alla segregazione razziale. Nel frattempo, dov’erano finiti i duellanti dello Yankee Stadium?
Joe Louis e Max Schmeling si rividero dopo la guerra. Il tedesco cercò di convincere l’avversario di una volta che quelle odiose frasi di propaganda erano tutte una finta per compiacere il regime nazista. Schmeling tornò negli Stati Uniti per fare l’arbitro di boxe e dunque Louis. Fra i due nacque un rapporto che un’immagine testimoniò in modo inequivocabile: quando il pugile statunitense morì, il tedesco fu uno di quelli che portò la sua bara al funerale.
Pillole
Ai festeggiamenti per Joe Louis a Chicago partecipò anche il grande velocista Jesse Owens, che alle Olimpiadi di Berlino aveva vinto quattro medaglie d’oro. Si improvvisò anche una gara di sprint fra i due che il pugile vinse grazie a una scivolata del pluriolimpionico.
La rivalità sportiva tra Max Schmeling e Joe Louis è stata il soggetto del film tv Ring of Passion, girato nel 1978, cioè quarant’anni dopo gli eventi, con Bernie Casey nella parte di Louis e Stephen Macht nella parte di Schmeling. Nel 2010 è uscito un film dedicato al grande pugile tedesco, la cui parte fu interpretata dal connazionale Henry Maske campione olimpico a Seul 1988 nei pesi medi.
C’è un libro che ha raccontato l’epopea dei due match fra Joe Louis e Max Schmeling: “Oltre la gloria” di David Margolick, pubblicato da ilSaggiatore.
Joe Louis morì nel 1981 all’età di 66 anni. Max Schmeling gli sopravvisse a lungo e venne a mancare nel 2005 quando stava per compiere 100 anni.



