Il capolavoro di Nelson Mandela con una palla ovale 

C’è un uomo che è stato 27 anni di carcere. Colpevole di essersi ribellato alla più odiosa delle regole razziste: l’apartheid. Tu sei bianco, hai tutto. Tu sei nero, hai poco, forse niente. Tutto questo vigeva negli ambiti più disparati, dalla scuola all’università allo sport. Quest’uomo si chiamava Nelson Mandela, il paese in cui abitava era il Sudafrica. Uscì di galera nel 1990 quando finalmente l’incubo imboccò la strada che portava alla sua fine. E diventò addirittura presidente della repubblica nel 1994. Occupò quell’ufficio quasi in punta di piedi, i giorni infiniti da detenuto, in cui trovava posto anche una quotidiana corsa sul posto in cella per 45 minuti, non gli avevano tolto il desiderio di fare qualcosa non solo per la sua parte politica e per la popolazione nera, vittima di questa infernale discriminazione, ma per tutti, per tutti i sudafricani, di qualsiasi colore fosse la loro pelle. Così lavorò per creare una commissione per la verità e la riconciliazione, mentre c’era chi lo spingeva fra i suoi allo spirito di rivincita, o per meglio dire, di vendetta. Madiba, questo era il soprannome con cui veniva chiamato dai suoi collaboratori, sapeva che non sarebbero bastate le forme tradizionali per poter riavvicinare la gente della sua terra, squassata da mille lacerazioni. E così chiese aiuto allo sport e a uno sport in particolare, il più popolare in Sudafrica: il rugby. Il rugby che era lo sport per eccellenza dell’elite bianca con i suoi Springboks, la selezione famosa in tutto il mondo che aveva però dovuto limitare la sua attività proprio per la scelta razzista del suo governo, una scelta che aveva escluso il Sudafrica da quasi tutta l’attività sportiva internazionale, dalle Olimpiadi ai Mondiali. Fino alla Coppa del Mondo dell’ovale dal quale il Sudafrica, nelle prime due edizioni, era stato escluso proprio per l’apartheid. Una Coppa del Mondo che avrebbe cominciato il suo percorso proprio dalla terra di Mandela, nel 1995. Quei giorni furono la scena madre del nuovo Sudafrica. Fino al giorno dei giorni, la finale all’Ellis Park di Johannesburg, il corpo a corpo niente meno con gli All Blacks, i tutti neri della Nuova Zelanda, il mito della disciplina con la loro grinta, i loro successi, la loro haka, la danza con cui precedono a ogni partita l’inizio del gioco. 

Quella giornata veniva da lontano. Bastava guardare in campo per accorgersene subito. Nel Sudafrica giocava un rugbista nero, il tre quarti ala Chester Williams, una cosa impensabile con l’apartheid. Aveva dovuto rinunciare alle partite del girone eliminatorio per un infortunio, ma proprio analoghi problemi di alcuni suoi compagni lo promossero titolare. Quel giocatore diventò il simbolo di una rottura, non c’era più il Sudafrica, ne nasceva un altro. Gli Springboks smettevano di essere quelli che erano stati, diventarono una squadra di tutti, come dimostrò il tour voluto da Mandela anche nelle immense periferie povere del paese. E anche lo stadio era diverso, tutti a tifare, senza distinzioni, senza persone di serie A e persone di serie B. La partita fu intensa, appassionante, equilibrata. I tempi regolamentari finirono in parità e fu necessario chiedere aiuto ai tempi supplementari per sbrogliare la matassa che avrebbe portato alla squadra vincitrice. Forse non poteva finire altrimenti, fu proprio il Sudafrica a conquistare il successo, perché quel giorno la palla ovale fu ispirata dalla storia. La scena campale fu l’ultima, quando Mandela smise i panni ufficiali del presidente e diventò in un certo senso il papà della nazione: entrò in campo con il tabellone e la maglia verde con dietro il numero 6, la stessa del capitano Francois Pienaar, che ricevette proprio da lui il trofeo del trionfo. Nelle foto che immortalano il momento, si intuisce una sorta di intesa fra i due. Fu proprio con una telefonata di Mandela a Pienaar che tutto cominciò: “Potrebbe venire qui da me?”. L’allora capitano pensò forse a uno scherzo, ma invece era tutto vero. Il film che racconta quella storia, con il giocatore interpretato da Matt Damon e Morgan Freeman nei panni di Mandela, moltiplicò l’effetto di quella giornata che fu la traduzione di quello che Mandela avrebbe detto diverse volte con una delle sue frasi più celebri: “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo”.

La storia però non è una favola dove tutti vissero felici e contenti. La crescita del nuovo Sudafrica fu faticosa, alla Coppa del Mondo di rugby seguì 15 anni dopo quella di calcio, la prima organizzata in un paese africano. Ma quell’invito alla riconciliazione fu di complicata traduzione e ancora oggi il paese di Mandela, nel frattempo scomparso nel 2013 all’età di 95 anni, è scosso da tensioni e da violenza, come quella di cui sono state vittime negli ultimi paesi cittadini dei paesi limitrofi venuti in Sudafrica a lavorare. Eppure quel momento, simboleggiato da quella stretta di mano e da quel sorriso, riportò definitivamente il Sudafrica nel mondo. 

Pillole

La vicenda della Coppa del Mondo di rugby del 1995 è stata raccontata da un memorabile film di Clint Eastwood. Il titolo della pellicola è “Invictus” dal nome della poesia di William Ernest Henley che Mandela apprezzava moltissimo. 

L’anno dopo la vittoria, Pienaard, il capitano, sposò Nerine Winter. Ebbero una bambina, il padrino del battesimo fu Nelson Mandela.

Il Sudafrica ha vinto la Coppa del Mondo di rugby quattro volte, l’ultima nel 2023 con il successo in finale proprio contro gli All Blacks

Per diversi anni il Sudafrica è stato escluso dal consesso sportivo mondiale per la sua politica razzista. Nel 1976, proprio a causa dei rapporti sportivi intrattenuti dalla Nuova Zelanda con il Sudafrica, un gran numero di paesi africani boicottò le Olimpiadi di Montreal lasciando a casa le loro rappresentative in segno di protesta.

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