Otto Peltzer

Otto Peltzer,
il talento perseguitato dall’omofobia

 

“Otto der Seltsame”, Otto lo strano. Il soprannome gli fu dato nel 1925 da un suo compagno di atletica dopo aver rifiutato l’invito a una prestigiosa gara internazionale a Berlino perché aveva già promesso di partecipare a una competizione locale ad Amburgo. Ma questa fama di eccentrico che ha accompagnato per tutta la vita l’atleta tedesco e recordman mondiale degli 800 e 1500 metri, Otto Peltzer la deve anche probabilmente ai suoi metodi di allenamento e di gara (provocava deliberatamente delle false partenze per provare i nervi dei suoi concorrenti), e alla sua vita personale e sentimentale. Omosessuale, fu perseguitato dal regime nazista e stigmatizzato anche dopo la fine della guerra.

E’ nel 1926, a ventisei anni che Otto Peltzer nato in una famiglia agiata della Germania del Nord, irrompe nell’atletica mondiale. Quello che era stato un bambino fragile, con problemi al cuore, dal 1922 ha già conquistato vari titoli nazionali sugli 800 e 1500 metri. Ma l’11 settembre 1926, Peltzer partecipa a Berlino a una gara storica: una 1500 metri dove sono allineati la leggenda del mezzo-fondo finlandese Paavo Nurmi (già vincitore di nove medaglie olimpiche di cui otto d’oro), lo svedese Edvin Wide, anche lui pluripremiato e il giovane promettente tedesco Herbert Böcher. Otto Pletzer solo tre giorni prima ha corso una 2000 metri, vincendo allo sprint. I suoi amici gli consigliano di non gareggiare. “Un campione non dovrebbe mai ritirarsi al suo apice”, risponde Peltzer.

Nello stadio, ci sono 30.000 spettatori per assistere a questa corsa prestigiosa, mentre la Germania di Weimar è stata esclusa, dopo la prima guerra mondiale, dai Giochi Olimpici di Anversa nel 1920 e di Parigi quattro anni dopo. Poche settimane prima, Otto Peltzer ha già fatto l’orgoglio di tutto un paese a Londra, battendo in gara il campione olimpico britannico degli 800 Douglas Lowe. A Berlino, Peltzer smentisce i pronostici. A 200 metri dell’arrivo, Wide ha staccato i suoi avversari. Nurmi è in seconda posizione. Ma nell’ultima curva, Peltzer supera il finlandese e si lancia dietro a Wide. A 50 metri dell’arrivo, lo scavalca e stabilisce il nuovo record del mondo: 3’51”. Il pubblico è in delirio, Peltzer un eroe.

Alcuni agenti di spettacolo americani si precipitano nel suo hotel per offrirgli un cospicuo contratto per gareggiare in meeting sportivi oltreoceano. L’atleta tedesco che l’anno prima si è laureato in economia, diritto e politica sociale all’università di Monaco, rifiuta: “Voglio partecipare ai giochi olimpici e rimarrò sempre un non professionista”. Scrive al suo allenatore: “se vogliamo sostenere lo sport amatoriale a scapito dello sport professionistico, non possiamo farlo con delle regole, ma coltivando una corretta coscienza sportiva”. Otto Peltzer decide cosi di dedicarsi all’insegnamento dello sport ai giovani per “promuovere i grandi ideali e combattere contro la meccanizzazione della vita umana”. Una passione coltivata con la ricerca di forme sempre nuove e moderne di educazione.

Alla vigilia dei giochi del 1928 a Amsterdam, malgrado i suoi frequenti scontri con i responsabili sportivi della federazione, il campione con un forte carattere è designato capitano della squadra nazionale tedesca, appena riammessa nella famiglia olimpica. Ma, infortunato al piede, non riesce ad andare in finale degli 800 metri. Quattro anni dopo, a Los Angeles, è sempre il capitano. Ma la pista è troppo dura. Le scarpe con i tacchetti della squadra tedesca sono inappropriate. Peltzer perde in finale. Non vincerà mai una medaglia olimpica.

Anche perché nel 1933, Adolf Hitler arriva al potere. Come tanti tedeschi dell’epoca, l’atleta ha preso la tessera del partito nazista. Ma non lo protegge contro l’odio delle orde nere. Già nel giugno 1935, è condannato a 18 mesi di carcere per “delitto di omosessualità”. Viene liberato in anticipo, pochi giorni prima dell’avvio dei Giochi Olimpici di Berlino del 1936 a condizione di smettere di praticare e allenare. Di nascosto, Peltzer decide di continuare ad trasmettere il suo sapere ai giovani atleti. Nel 1937 è di nuovo arrestato per alcuni mesi prima di fuggire in Scandinavia. Fa diversi mestieri e a Stoccolma, allena il club sportivo ebraico della città.

Quattro anni dopo, torna in Germania con la garanzia che le accuse contro di lui sono state cancellate. Ma al suo sbarco viene spedito nel terrificante campo di concentramento austriaco di Mauthausen, per essere “rieducato”. Otto Peltzer, ritrova la libertà solo nella primavera ’45, quando il campo viene liberato dagli anglo-americani, che trovano l’ex-campione, prossimo alla morte, con una pleurite.

Però, per l’ex-campione i soprusi non finiscono con la caduta del Terzo Reich. Nella nuova Germania l’omosessualità rimane un delitto. Le persone gay continuano a essere considerate come dei criminali e dei pervertiti. Così, dopo i Giochi Olimpici di Melbourne, dove scrive per un giornale tedesco, Otto Peltzer vorrebbe lasciare la Germania e provare ad allenare all’estero, in Asia o nel Medioriente. Ma le autorità sportive tedesche, dove alcuni ex-nazisti sono riusciti a rimanere in carica, lo screditano, scrivendo ai vari Paesi per denunciare le sue tendenze omosessuali e le sue presunte simpatie comuniste.

Otto Pletzer finisce comunque per trovare un posto a New Delhi dove, grazie alle sue tecniche originali di allenamento, farà crescere in modo notevole gli atleti indiani. Colpito da un infarto, Otto Peltzer torna in Germania nel 1967. Tre anni dopo, si accascia all’uscita di un meeting sportivo in un parcheggio. Muore così, ancora con il cronometro al collo, uno dei più grandi atleti degli anni ’20, tredici volte campione della Germania (sui 400, 800, 1500 metri anche 400m ostacoli), ma vittima per decenni dalla discriminazione sessuale. E’ solo nel 1968, cioè due anni prima della sua scomparsa, che la Germania decide finalmente di legalizzare l’omosessualità. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è stato votato dal Bundestag nel 2017. Se oggi i diritti delle persone LGBTQ (matrimoni, adozioni ecc.) non sono ancora garantiti allo stesso livello nei vari Paesi europei, la carta dei diritti fondamentali dell’Ue adottata nel 2000 vieta espressamente qualsiasi forma di discriminazione, fondata sul sesso o le tendenze sessuali.

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