Ricordando Pasolini: Casarsa, Bologna, Roma. Quanti palloni

Pasolini giocò a calcio tutta la vita. Le sue partite non furono mai però un vezzo narcisistico dell’intellettuale che per dimostrarsi popolare si fa fotografare con il pallone. Era come se  giocare fosse un suo bisogno primario, come mangiare o dormire o amare. E questo valeva nel campo più precario del mondo ma anche nello stadio che magari alla domenica ospitava gli incontri di serie A. C’era un che di straordinariamente serio nella sua passione e chi lo circondava in quelle giornate lo sapeva. E anche quando dalle fughe sulla fascia si passava al tifo, il suo discorso non cambiava. Gli davano fastidio i conformismi, una certa corsa all’omologazione, l’idea che ogni variazione sul tema potesse essere un problema. Chissà come avrebbe visto oggi la comunicazione di squadre e calciatori spesse volte ossessionata dall’idea di non deviare mai dal copione prestabilito, per esempio nei commenti del dopo partita, quelli comunemente chiamati “spogliatoi”. 

“Il calcio è importante”

Il calcio assediato dai luoghi comuni, spietatamente messo a nudo anche dalle sue parole, fa a botte però con il fascino imbattibile di uno sport che è come la prima parola imparata da bambini, con la sua imprevedibilità tecnica, con la sua capacità di produrre sentimenti soltanto sulla base di un gioco con poche, ma sicure regole. “Lo sport – dice in un colloquio con un giornalista di Paese Sera nel 1956 – è un fenomeno di costume talmente importante, che un male sarebbe per la classe dirigente e per gli intellettuali ignorarlo e disinteressarsene. E’ vero che per alcuni è una posa più o meno inconscia, ma non è una regola”. Insomma, per Pasolini il calcio è una cosa seria. 

Il momento magico e la bolla di vetro

Ma una cosa seria che ti fa sorridere e star bene. Franco Citti,  l’attore protagonista dell’esordio pasoliniano, il film “Accattone”, compagno di set ma anche di calcio, e di vocabolario perché lo aiutò a entrare nel linguaggio della Roma di Torpignattara, raccontò: “Dopo le partite, si ammusoniva di nuovo. Era come se all’improvviso cadesse un velo su tutto. Finiva l’esaltazione, il momento magico che lo faceva ritornare come un ragazzino a sorridere e a ridere. Finita la tensione del gioco, rientrava nella sua bolla di vetro, nei suoi silenzi, scaldandosi solo se i commenti sulle azioni fatte durante la partita, sul terreno di gioco, non gli tornavano. Grondanti di sudore e sporchi di terra e fango, ci infilavamo sotto le docce e lui ritornava a essere solo, immediatamente si ritrovava ad annegare nei pensieri e nei problemi che non raccontava mai a nessuno”.

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