Gino Bartali

Gino Bartali – Il giusto

 

Con tre vittorie al Giro d’Italia e due al Tour de France, Gino Bartali figura nel pantheon dei più grandi ciclisti della storia. Ma è dentro un giardino di Gerusalemme, sul monte del Ricordo, che il suo nome, iscritto su un muro bianco in mezzo a centinaia di eroi sconosciuti, è destinato a non spegnersi mai. Definito “Giusto tra le Nazioni” dallo Yad Vashem che conserva in Israele la memoria della Shoah, Gino Bartali è uno di quei cittadini che di fronte alla barbarie nazista ebbero l’immenso coraggio “di mettere la propria vita in pericolo per salvare degli ebrei”.Durante la seconda guerra mondiale, il toscano Gino Bartali, nato nel 1914 si unisce alla resistenza. Cattolico fervente, è molto legato all’arcivescovo di Firenze Elia Angelo Dalla Costa che si adopererà per alleviare le sofferenze della popolazione e aiutare clandestinamente i fuggiaschi e gli ebrei perseguitati dai nazi-fascisti. Per l’uomo di Chiesa, Gino Bartali è un amico fidato e un aiuto prezioso. Sportivo di grande fama, nel 1936, a soli 22 anni, ha già vinto tre tappe e il Giro d’Italia. L’anno seguente, il campione capace di vincere in sprint come in salita, da cui il soprannome “Il Gigante delle Montagne”, conquista la sua seconda maglia rosa. Nel 1938 appare come il favorito naturale del Giro, ma il regime fascista gli impone di rinunciare alla competizione italiana per dedicarsi al prestigioso Tour de France. Alla sua prima partecipazione, Gino Bartali vince la maglia gialla con più di 18’ sul secondo. La sua vittoria suscita un enorme orgoglio nel paese ma poche settimane dopo, quando si ritira dal campionato del mondo dopo avere bucato varie volte, la stampa fascista lo accusa di essere un traditore che non ha voluto difendere l’onore del Paese.

Nei mesi prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, irrompe sulle strade quello che sarà il suo grande rivale, Fausto Coppi. All’inizio del 1940, Gino Bartali vince la Milano-Sanremo, la seconda consecutiva, ma al Giro, infortunato, si mette al servizio di Coppi, allora suo compagno di squadra, il quale strappa la maglia rosa. Le orde naziste hanno già da settimane invaso buona parte del nord europeo e rotto la difesa francese. La Wermacht è a Parigi e Mussolini ne approfitta per dichiarare guerra alla Francia e conquistare diversi comuni frontalieri. Con il conflitto, le gare quasi scompaiono. Gino Bartali torna a Firenze dove in collaborazione con un’organizzazione clandestina diretta dal rabbino Nathan Cassuto, aiuta il cardinale Dalla Costa a portare falsi documenti per gli ebrei nascosti nei conventi della regione, in particolare ad Assisi. Gino li nasconde nella bicicletta e di fronte alla polizia politica usa la necessità di allenarsi per giustificare i suoi numerosi spostamenti. Si reca in bicicletta fino a Roma o Genova per consegnare documenti. La sua popolarità gli permette di superare i controlli e chiede sempre di non toccare la sua bici, calibrata con precisione per ottenere la massima velocità.

Dal 1943, con l’occupazione nazista del Centro-Nord Italia, Gino Bartali nasconde la famiglia ebrea di Giorgio Goldenberg in una cantina di sua proprietà, fino all’arrivo degli Alleati. Alla fine del conflitto, nel 1945, Gino Bartali ha già 30 anni. La sua carriera sembra destinata a chiudersi. Ma risale in sella e già nel 1946 rivince il Giro d’Italia, con 47” di vantaggio su Fausto Coppi. L’anno successivo sulle strade del Tour de France, entra definitivamente nella leggenda del ciclismo.

Il 14 luglio, è giorno di riposo per i corridori. Ma a Roma il segretario del Partito comunista Palmiro Togliatti è vittima di un attentato. E’ gravemente ferito. Il paese è in subbuglio. Alcuni comunisti sono pronti a scendere in strada con le armi. Viene proclamato uno sciopero generale. L’esercito viene mobilitato. I primi scontri fanno morti e feriti. Si rischia la guerra civile. Al presidente del Consiglio democristiano Alcide De Gasperi viene allora l’idea di chiamare il suo amico cattolico “Gino il pio” per chiedergli di aiutarlo a far calare la tensione con un’impresa epica che distolga l’attenzione dei cittadini. E impresa epica fu. Nella tappa Cannes-Briançon, Gino Bartali supera le montagne e recupera oltre venti minuti di ritardo sulla maglia gialla del francese Louison Bobet. Il giorno dopo, dopo vari colli temibili come il Lautaret e il Galibier, vince di nuovo e s’impone in testa alla classifica che non mollerà fino all’arrivo a Parigi. Quando la notizia della maglia gialla di Bartali arriva in Italia, cortei festosi si riversano nelle strade del paese facendo passare in secondo piano le tensioni politiche. E con l’invito di Togliatti ai dirigenti e militanti del PCI di interrompere le manifestazioni, finalmente la tensione si placa. La democrazia italiana è salva.

A dieci anni di distanza dall’exploit della vittoria al Giro di Francia (e con l’interrogativo su quante maglie avrebbe potuto portare a casa se non ci fosse stata la guerra), il “Gigante delle Montagne” non smette ancora di correre. Vince altri trofei e nel 1952 il suo quarto campionato italiano (diciassette anni dopo il primo). In seguito ad un incidente stradale, nel 1953 decide di ritirarsi. La sua azione in favore dei perseguitati durante la guerra verrà alla luce solo molto tempo dopo. «Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca», spiego’ un giorno Bartali. Solo dieci anni dopo la sua morte per infarto nel 2000, a 86 anni, si cominciano a raccogliere testimonianze sulle sue azioni a protezione degli ebrei. Gino Bartali che la fede aveva portato a diventare terziario carmelitano al servizio dei poveri, viene dichiarato alla stregua del cardinale Dalla Costa, Giusto tra le nazioni dello Yad Vashem nel 2013. Poche anni prima, il presidente Carlo Azeglio Ciampi gli aveva conferito a titolo postumo la medaglia d’oro al merito civile per aver con “encomiabile spirito cristiano e preclara virtù civica” collaborato “con una struttura clandestina che diede ospitalità ed assistenza ai perseguitati politici e a quanti sfuggirono ai rastrellamenti nazifascisti dell’alta Toscana, riuscendo a salvare circa ottocento cittadini ebrei.”

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